domenica 30 dicembre 2012
Rime del commediante
imperfetto come autore e come amante.
Arrogante il suono della mia voce penetrante
che tenta di sfasciare questo pesante pensiero ronzante
di chi di idee non ne ha tante
ma s'immedesima nel grillo parlante.
Vuoi essere la mia coscienza?
allora azzera la demenza
che mette in luce ogni tua deficienza
alla partenza di ogni frase che sputi con veemenza
basta pazienza, l'ho esaurita di colpo
preferisco chi tace a chi come te parla molto.
Ti chiedi perché credo di far ridere?
Leggendo questo testo lo reputi impossibile?
La mia ironia deriva proprio dal mio credere
ancora in una buona umanità, al mio non cedere
all'illusione che tutto sia merda
al mio chiudere gli occhi in attesa che il terrore si disperda
sembra tremenda questa sorte
ma apre molte porte, da un'alternativa alla morte.
Si fanno corte le giornate etichettate "amare",
quelle in cui ci si lascia andare, quelle per cui lottare,
quelle che quando finiscono ti fanno sospirare.
giovedì 27 dicembre 2012
Rime per i misantropi
Mi guardo intorno e vedo solo misantropi,
vorrebbero far fuori il mondo ma non hanno alibi,
fanno presto a scaldarsi gli animi,
invischiati nella guerra dei simili.
Né sinonimi né contrari, solo umani alla pari
con la paura di stringersi le mani.
martedì 18 dicembre 2012
Mirror
martedì 11 dicembre 2012
E' severamente vietato non vivere
non lasciare che i fiori
siano droga dannosa
per perdere i sensi.
Non negarmi il dolore,
non lasciare che la gioia
sia figlia della cecità
e non delle cicatrici.
E allora ogni esperienza
creerà la giusta posizione
in questo spazio che ti lascia percepire
il vuoto più del dovuto.
Non censurare l'espressione,
non lasciare che la parola
sia solo simbolo privo
di puro significato.
Non confondere le emozioni,
non lasciare che il dispiacere
sfoci in rabbia e
non in lacrime.
E allora ogni sentiero
condurrà alla giusta condizione
in questo mondo che ti lascia la possibilità
di migliorarti, se te lo concedi.
sabato 8 dicembre 2012
La scoperta del fuoco
poi l'illuminazione,
e se la scoperta del fuoco
fosse avvenuta per omofilia?
Pensateci, noi e il fuoco siamo molto simili,
entrambi abbiamo bisogno di molta cura,
specie per nascere e crescere,
per arrivare al punto in cui la fiamma
illumina e scalda e dirada il dubbio
celato nella primordiale tenebra.
Entrambi fluttuiamo nutrendoci di ossigeno,
lasciando essenza di vita per la terra
alla nostra cinerea dipartita.
Entrambi affasciniamo e spaventiamo
chi ci osserva, le bestie e gli uomini
che sanno quanto il bello e la distruzione
ci appartengono in egual modo,
e che senza il costante controllo
potremmo divorare l'infinito, cessare l'essere.
martedì 27 novembre 2012
Rime per svegliarmi
mi dissocio dalla festa, non mi sveglia neanche il taser.
Capace che sbagli modalità di risveglio
capace che se smetterei di svegliarmi starei meglio,
modello utopistico di sogno permanente,
anello chiuso come l'anima di chi mente
a se stesso, prima e adesso, fingiamo di pensare solo al sesso,
non capisci che viversi l'istante non capita spesso?
L'ora è arrivata per mettere da parte l'onirico,
basta col pensiero dicotomico: bianco o nero, dritto o storto
piuttosto che passare la mia vita così, mi fingo morto e datemi torto
se riuscite a trovare qualcosa che non vi ricordi la realtà
c'è chi si perde il presente per pensare all'aldilà
me ne sto con la mia mente e con i piedi inchiodati qua.
Altro che Cristo sulla croce
siamo tutti martiri senza una voce
attaccati ad una parete di bla bla bla
domenica 18 novembre 2012
Pezzi di Autunno
rivedo frammenti di vissuto esperienziale.
È illusione paraidolica o solo tipica
nostalgia che l'undicesimo mi offre?
Non m'interrogo oltre,
non ne sento l'esigenza viscerale
e totale che prima pervadeva ogni mio organo.
Per oggi mi basta il respiro,
per oggi mi basta rivedere immagini del mio passato
nelle strade che per comodità avevo abbandonato.
Per oggi mi basta scoprire parte di me
negli occhi di chi mi ha cresciuto.
Per oggi mi basta il cielo, nonostante le nuvole,
in un giorno troppo caldo per rabbrividire
e troppo freddo per la solitudine.
venerdì 16 novembre 2012
Il Dolore Necessario
come pioggia tra le strade
in pieno Novembre,
attraverso la fitta rete dei tuoi nervi.
Rifuggi chi non l'accetta
e chi lo teme come se fosse
presagio di sicura morte
invece di abbracciarlo come un eterno fratello.
L'ineliminabile dolore
che porta al cambiamento,
al piacere e all'estasi della comunione
di corpo e mente.
Padre severo che insegna la vita.
Fabbro capace che forgia e tempra.
Madre che nel dolore diventa tale.
Rinuncereste a tutto questo per paura?
Neghereste a voi stessi l'intensità
pura e immediata dell'esperienza
che porta alla completezza dell'essere?
sabato 3 novembre 2012
Alla mia figlia onirica...
sulle mie gambe a domandarmi
il perché di ogni favola
mentre pensavo a chi, un giorno,
ti avrebbe detto che erano
solo fantasie inutili e metafore poco calzanti,
in una realtà fatta di mostri molto
più simili alle principesse e ad i principi
che ai draghi che sputano fuoco.
Mi sono domandato se
il mio compito sarà quello
di difendere i tuoi sogni o avvicinarti
al mondo di concretezze e renderti
così più forte di quanto io sia stato.
Mi sono domandato se
sarò io la causa di alcuni tuoi problemi
o se a molti di loro sarò la soluzione,
se ti insegnerò bene la vita
o se ti passerò solo la mia paura,
se riuscirò a farti capire il mio amore
o se lo nasconderò come ho fatto finora.
domenica 28 ottobre 2012
Di Nascosto
istinto primitivo a farti mia, a legarti a me.
Un eccesso d'attenzione che priva
la mia anima di ogni difesa che
innalzai con difficoltà estreme.
Amore che non necessita il possesso.
E così tu sarai oggi e ogni giorno
che nascerà dopo oggi.
Chiunque può vederti e volerti
e pensare di fare di te sua proprietà.
La sventura dell'amante che dell'amore
sa solo la sua forma più istintuale, priva d'anima.
Accorto solo di soddisfare la sua incessante pena
Epifania notturna
E stanotte questo cielo
ammantato in una fitta coltre di nubi
non mi porge in dono solo gocce
di profumato, nuovo inverno.
È lui che col suo ombroso silenzio
mi parla della gioia e di chi la prova
e di chi la repelle con ogni briciola
dell'energia che scorre in ogni nervo.
Mi racconta rattristato di uomini
dediti all'autocommiserazione
come se il male che patissero
sia causato da forze che non possono vedere.
"Ogni passo che muovete sulla terra,
che per me null'altro è
che un granello di sabbia,
dovete viverlo come un'intensa esperienza
che sfocia nel cammino.
Così come la passione sfocia
nella danza dei corpi che genera il piacere.
Così come il fiume sfocia
nel mare che genera le mie lacrime.
Così come la volontà sfocia
nell'azione che porta alla serenità
della mente".
martedì 2 ottobre 2012
Terrore libidico
emergendo dalla massa informe
di smorfie e sguardi assenti
degli altri che non sono te.
Il brivido che mi attraversa
è terrore libidico
e romantico timore
saldati assieme dai movimenti
delle tue labbra.
Quanta paura fai,
quando stringi le braccia
attorno al tuo corpo
quasi a compensare
un abbraccio mancato
che io avrei voluto darti
ma che, pavido, ho eluso.
Per quanto ancora lascerò alla paura
il peso di ogni mia scelta?
venerdì 21 settembre 2012
Dualismi
dei dualismi organizzati,
ogni cosa è tutto,
anche il suo opposto.
Diffidate di chi contrappone
il bene e il male,
la luce e la tenebra,
il coraggio e la paura.
In ogni azione,
in ogni evento,
in ogni individuo che stanco
si trascina nelle strade
queste realtà si mescolano
in una densa crema omogenea
che rende vana ogni classificazione
elementare e miope.
Fatevi assalire dal dubbio,
dall'incertezza e dall'indecisione
nel mentre che il giudizio
si compone dal vostro osservare,
dilaniate l'economia di pensiero
che vi vuole soldati della classificazione.
Amate ogni sorpresa,
ogni imprevisto,
ogni delicata e tenue estasi,
amate i vostri sbagli.
sabato 8 settembre 2012
Stella onirica
Io rianimato a forza,
e a forza nello spazio.
Io che sono ma non occupo,
che parlo ma non dialogo.
Io con te, io di te.
Io nella gravità della massa
della tua essenza.
Io nel tuo spazio,
o forse solo tu nel mio.
Io con te, io di te.
io dita contro pelle
io labbra contro schiena
e denti contro carne.
Io con te, io di te
io volontà sopita,
io sogno che rimarrà tale,
io coraggio perduto,
io ho paura di te.
martedì 4 settembre 2012
Il mio nulla
nulla che sia di noi o sappia di noi
o che di noi abbia traccia luminosa.
Non ho parole d'accusa o perdono,
nulla che sia per te o sappia di te
o che di te lasci un segno nel corpo.
Non ho il desiderio di un tuo tocco,
nulla che sappia accarezzare o colpire
o che accechi la mia pelle con la tua.
Non ho nulla per te e il mio nulla ti dono,
quasi a memoria, parola o tocco
che dal vuoto grida d'esistere.
sabato 1 settembre 2012
Cinque minuti
chiedo questi e null'altro,
come il bimbo riluttante al risveglio.
Cinque minuti ancora,
distante dal molesto giorno
e dalle piene risate che partorisce.
Cinque minuti,
il tempo di capire la realtà
prima di affondare al suo interno.
Cinque minuti,
giuro, soltanto minuti,
che non si tramuteranno
in ore, giorni o mesi.
Cinque minuti
per dire addio al sogno
e abbracciare il vero.
martedì 21 agosto 2012
Gli amanti della Luna
di malinconico assedio e solitario pallore,
specchi di inconsapevole empatia umana
che si regalano riflessi di immutabile sguardo vivo.
Compagni della notturna madre della vita
che di essa si ungono lo spirito
rifuggendo dall'astro che illumina,
nel riprovevole mattino,
esclusivamente il palese e,
proiettando distese di densa
e sanguinante ombra,
nasconde gli effetti di occulti eventi e
inespresse esperienze.
La falce del cielo che venerano
recide il germoglio dell'inconsapevolezza
nel reale e dal reale
riemerge l'inabissato.
Genesi della realtà interna
domenica 19 agosto 2012
Seme
che un seme convinto d'essere
un albero.
Nel buio del ventre della verde madre
mi nutro,
privo di protezione che sia mia,
dei vostri frutti caduti,
del vostro troppo e dell'imperfezione
che tanto disdegnate.
Amando la vostra ammirevole semplicità
attendo che il mio germogliare si espanda,
cercando l'uscita,
contro le pareti uterine terrose di colei che ci ospita
sulla sua pelle.
Con la sola voglia di vedere i miei frutti nutrirvi
venerdì 17 agosto 2012
Merda
ha confinato il dialogo nel piacevole,
ma io voglio parlare di merda,
e di cadaveri e di vomito
senza sentirmi meno immenso del fisico
o del teologo.
Voglio parlare di cazzi e vermi
e sangue e maleodoranti tanfi
senza subire lo sguardo ipocrita di altezzosi
educati alla finzione,
come se il riprovevole
fosse una parte di vita da non considerare.
Come fosse un parente impazzito
da segregare in una camera
quando vengono a farci visita,
le cui grida vengono imputate a passanti
tristi e soli nei vicoli della città
dell'innominabile.
mercoledì 15 agosto 2012
Il cane di Morfeo
si sta consumando un peccaminoso fluire d'attimi
che vede l'eco della beat generation rimbalzare sulle pareti
e giungere dall'orecchio alle viscere
mentre gli angeli alle pareti si ergono,
araldi di immobile condotta morale
ed occhi di una gloriosa buona invenzione,
disturbando la loro presenza e impedendo il piacere
che dalla solitudine scaturisce.
Penitente e carceriere in ogni cellula,
la condanna di chi consapevolmente perde il senno
ed accetta il guinzaglio di Morfeo, che alla realtà giunge,
con intenzioni pessime strette nell'altro pugno.
Cane da guardia del proprio incubo,
protettore di una nera villa le cui ricchezze nascoste
sono perdute nella memoria e non nello spazio,
servo di un nuocere che si fa amante dolce e lussuriosa,
che sussurra dolci insulti e accarezza con spine.
Un nuovo Cerbero costretto alla fame dell'anima,
padrone di un antropologico vuoto
che si muove con un bastone ed occhiali scuri in uno splendore di nulla
giovedì 2 agosto 2012
Stupore
Come un'incredula Alice
che esperisce la visione intermittente del Gatto del Cheshire
mi riscopro estasiato nella pelle dei viandanti,
nell'asfalto della strada
che mi conduce ad altre case,
nelle grida dei sognatori disilluse
che cantano serenate a questa luna piena
ed è subito redenzione
e movimento
ed entusiasmo.
La nostra espressione nella sorpresa
per il noto è la fonte del piacere.
E' l'orgasmo dell'essere,
la fornicazione delle menti.
Il godere non vuole espiazione.
Ditelo ai penitenti
che si mutilano nella solitudine del buio delle eterne notti,
dite loro che è l'appagamento dello spirito
a creare la realtà
dalla quale possiamo bere,
e il diluirsi delle nostre anime
nell'incubo diviene ricordo dell'abisso
e da memoria a sogno
e da sogno a nulla
e da nulla a nuovi sogni.
giovedì 12 luglio 2012
Violenta la vita! (...lettera che vorrei sentire mia...)
vi vedo starvene fermi a guardare il mondo con disprezzo, lasciando che il disgusto succhi via dal vostro spirito qualsiasi forma di vitalità, qualsiasi curiosità che, partendo dalla voglia di risposte, creerebbe nuove storie con quale arrichire il baule delle vostre esperienze che avete deciso di chiudere con catene e lucchetto, manco fosse un forziere che contiene tesori preziosi, contiene voi.
Forse è proprio questo che vi incute terrore, l'idea di donarvi alla vita e alle persone che la compongono, l'idea che questo significhi abbandonarsi passivamente a forze ingestibili che vi manipolerebbero e plasmerebbero a tal punto che fatichereste a riconoscervi nel ricordo di ciò che siete stati.
Aprite gli occhi, perché non è così che funziona. Ogni giorno è una battaglia dalla quale vi defilate, è la donna che vorreste farvi e alla quale non parlate, è come starsene fermi, ad occhi chiusi e incassare ganci e diretti in pieno viso senza nemmeno alzare le braccia a difendersi. Non credo debba esistere la magia per predire i risultati delle vostre azioni: Battaglia persa, donna persa, sangue perso. C'è solo da perdere.
Fate finta che davvero questa vita sia una donna, una di quelle delicate ma che lasciano intravedere come la loro passione sia in grado di farvi risorgere dall'oblio delle vostre grigie e atarassiche giornate, che sia in grado di farvi sentire vivi come nel momento del primo respiro e del pianto che ne ha seguito. Ecco, ora corteggiatela, chiedetele di lei e parlatele di voi. Fate che il suo interesse per voi salga e che il vostro non perda di mordente. Ubriacatevi insieme di idee e risate, di racconti e nostalgie.
Arriverà il momento nel quale lei si protrarrà verso di voi, esponendo i suoi seni, mordendosi le labbra e lasciando che i capelli coprano il suo sguardo che esprime desiderio puro. Questo è il vostro momento, quello della consapevolezza che qualcosa sta per succedere, e che sarà merito del lavoro che avete fatto. Non aspettate che sia lei a trascinarvi per un braccio verso un luogo più tranquillo, fatelo voi, portatela lontano.
Non appena i brividi inonderanno ogni centimetro della pelle della vostra schiena, baciatela, baciatela come se da quel bacio dipendesse la vostra sopravvivenza, perché da questo istante, il suo piacere e il vostro sono esattamente la stessa cosa. Se sarete abbastanza bravi sentirete il suo respiro farsi più vigoroso e la sua schiena inarcarsi per poi distendersi e inarcarsi nuovamente. Esplorate il suo corpo con le mani, con le labbra, con gli occhi, con la lingua. Lasciate che siano le percezioni che passano da un organismo all'altro vi guidino, che siano le vostre torce.
Ci saranno gemiti, morsi ed energia. A questo punto non rimane altro da fare se non scostare le sue cosce e permettere che tutto ciò che siete di confondersi con lei. Poco importa se per lei è troppo presto, se non vuole o se la metterete incinta. Vi state fottendo la vita, state prendendo la ricompensa per quello che avete passato e a quel punto è fatta. Siete liberi.
Quello che voglio dirvi, stupide vittime di voi stessi, è che dovete farvi una scopata con tutto quello che vi spaventa e prendervi la vostra rivincita, mettere il collare ad ogni vostra paura e dominarla come succede nel mondo animale, sottomettendola.
Credo in voi e nelle vostre capacità di sottomettere qualsiasi cosa vi spaventi, qualsiasi cosa che non vi permette di essere felice, di tutto ciò che vi rende incontentabili perdenti!
Non deludetemi, sarebbe una storia pessima da raccontare.
martedì 3 luglio 2012
Nodo alla gola (...dal panico allo sfogo...)
giovedì 31 maggio 2012
Dammi fuoco!
voglio produrre luce e calore,
e che importa dello sfrigolio della carne
se anche solo per un attimo
potrei essere la falsa copia di un astro?
Una piccola cometa che corre sulla terra
mentre la fiamma fa del mio corpo il suo.
Già che non posso far mio il cielo,
già che l'ampio spazio non m'appartiene,
lascia almeno che elargisca stupore in queste vie.
Fare in modo che i loro occhi si sgranino
allo spettacolo di cui sono spettatori,
masse di protagonisti che temono il palco,
le sue gioie e i suoi affanni,
convinti che il disgregarsi dei tessuti
non sia un prezzo valido per la libertà.
mercoledì 30 maggio 2012
Le amanti del sole
incarnate nella terra,
costrette a camminare
pur appartenendo al cielo.
L'estasi le coglie quando posano
lo sguardo dolce da straniere
sui paesaggi assolati e chiari,
il frutto dell'opera del loro amante.
Temono il tramonto,
un lungo bacio a chi s'allontana, a ciò che si ama,
sulla stazione dell'orizzonte.
Temono la notte,
poiché lontano da ciò che si ama
il pensiero s'annoda e si fa cupo.
Temono l'alba,
poiché a rivedere, dopo l'assenza, ciò che si ama
si teme sia cambiato.
Se sapessero che sono il tutto,
le fondamenta della gioia dell'uomo che le vede,
accarezzando il suo volto
ammonirebbero il sentimento:
"Chi ama il sole s'accontenta della gioia di un raggio di luce".
Ancora non sanno che le nostre e le loro luci
fanno impallidire la grande stella
e che il nostro giorno, i paesaggi che illuminiamo,
non conoscono la notte.
venerdì 25 maggio 2012
Sapore
mi nutrivi di te
mentre usavi le mie parole
per fasciare le tue ferite.
Ho dimenticato il mondo
confondendolo coi tuoi fianchi:
eri la gola e lo stomaco
che tradivano la memoria.
La sazietà si lascia ancora attendere,
ma è un digiuno
che non necessita di te
per cessare
e sfociare nel gusto di uno sguardo.
mercoledì 11 aprile 2012
Assenza di presenza
come fossero un traguardo,
ritorna così la tua presenza a respirare,
usando i miei polmoni.
Rompendo un'apnea prolungata
che avrebbe strappato la vita
a chiunque altro che fosse più innocente di noi,
che non avesse venduto l'anima al torto
e alla paura di una stanza vuota.
Quattro parole,
incise a mano sulla pietra,
quasi a ricordare che la fine non è fine,
se non c'è il distacco.
Chissà se quando griderai "libertà!"
sarò lì ad udirlo davvero
o se tu, nuovo San Giorgio abbatterai silente il drago,
senza pretendere che nessuno si congratuli,
chiedendo solo un sorriso e nulla più.
mercoledì 22 febbraio 2012
Stato d'ansia (monologo)
Mai stato uno di successo io. Mai.
È il passaggio da azione a idea che proprio non mi riesce. Non mi è proprio mai stato facile; anche quando sapevo di potercela fare, magari anche facilmente, c'era sempre qualcosa che mi bloccava. Qualcosa che da dentro mi metteva le mani sul petto e mi sussurrava all'orecchio "Non fare cazzate, che le paghi care"
con voce minacciosa e che, al tempo stesso, ispirava fiducia, si faceva amare. Io le ho sempre dato ascolto, da quando ero bambino e ho perso molti dei treni che mi sono passati davanti, così, come se fossero pioggia in autunno.
Ho iniziato da piccolo e con piccole cose: "No, lo scivolo no! E se poi cado e mi faccio male?".
Non ho mai imparato ad andare in bicicletta per lo stesso motivo, e adesso ho paura di come, un giorno, lo spiegherò (semmai ne avrò) ai miei figli che verranno da me con gli occhi pieni di cieca fiducia trascinando una bici e mi chiederanno di togliergli le rotelle, perché ormai sono grandi e vogliono imparare ad andare senza limiti. Come spiegherò a loro che papà senza rotelle non c'è mai andato? Penseranno che sono ancora piccolo!
E forse è la realtà, forse sono talmente piccolo che mi sono lasciato dominare da quella voce, tanto da allontanare persone che amavo per paura di non saper gestire un rapporto. Come per la bici, per paura di farmi male cadendo. E così i percorsi non conclusi si sono accumulati, giorno dopo giorno.
E poi le persone che ti vogliono bene ti si avvicinano, preoccupati, e ti dicono: "Tranquillo, nessuno ti chiede di correre, raggiungi quello che puoi un giorno alla volta, noi ti saremo vicini". No, non funziona così!
A parte il fatto che il mio problema non è la corsa, è il primo passo. Poi credi davvero che i miei giorni siano il problema? Il problema è la notte, dove te ne rimani da solo con te stesso e ti rivedi in ogni puntata di ogni stupido telefilm che vedi per noia. Ti rivedi perfino nelle macchie sul muro, nella cenere delle sigarette e nel dolciastro odore di fumo d'erba che appesta le tende della tua camera. Ti riconosci in tutto, tranne che allo specchio. Perché per quanto i tuoi pensieri possano farti credere di essere quello che vedi, lo specchio non mente e quello che vedi sei tu: puramente, semplicemente e oggettivamente tu. Il problema è la notte perché non c'è nessuno né che ti parli né che ti tocchi. Nessuno che distolga l'attenzione da quella fottuta voce.
Ma io nonostante non abbia successo sono una persona fiduciosa, credo nel fatto che ogni singolo momento in cui ascolto me stesso, sputandomi in faccia sia la realtà che le mie illusioni, funga da maestro di vita. Una sorta di sensei Miyagi dell'autoconsapevolezza e autoattualizzazione spirituale e intellettiva.
La realtà è che vedendo chi mi circonda, chiamatela società, gente o popolo, la sostanza è la stessa; ecco, vedendo loro, anche se non ho successo non me ne faccio una colpa. Questa cultura vede come 'successo' non tanto quello che riesci a fare, come sai gestire gli eventi della tua vita, o raggiungere un certo livello di bellezza interiore. Il loro, spesso il nostro concetto di successo è contare gli zeri nella cifra del conto in banca per gli uomini, e prendere misure di fianchi, vita e tette per le donne.
A questo punto abbracciatelo pure il vostro successo, io mi tengo i sogni! Io mi tengo le mie favolette e storielle. Mi tengo la paura dei mostri e il non saper andare in bicicletta. Mi tengo i rapporti a metà. Mi tengo il credere all'amore vero e al 'vissero felici e contenti' perché anche se non è vero, li per lì, ci credi!
domenica 19 febbraio 2012
Questa notte...
come quella che permea in me ora,
quelle che intorpidiscono i sensi e
amplificano i sapori,
in cui senti il tuo Io confondersi con l'universo
e sparirne al suo interno.
Come nuotare nei suoi abissi per cercare
tesori perduti da altre anime.
Queste notti le senti tue,
queste notti sono i traguardi mancati
e quelli vinti,
queste notti sono esse stesse brevi traguardi
di gloria, come fossimo eroi.
Questa notte sono paladino dei miei sogni,
senza spada né armatura,
qualcuno che combatte nel buio.
mercoledì 8 febbraio 2012
Lacrima e il topo (favola moderna)
Dalla grata sotto la grondaia della palazzina, che portava l'acqua piovana alla fogna, infatti, uscì ben presto un topo che, avendo sentito qualcuno gridare nella sua lingua, si precipitò a dargli aiuto.
“Aaaaaaah!Un topo! Che schifo! Un topo!”
A questo punto afferrò la borsa che aveva di fianco e, presa dal terrore, la scagliò in direzione del roditore.
“Vattene via! Topo schifoso!”
Disse mentre la borsa lasciava la sua mano, nella speranza che lo colpisse in pieno. Ma lo mancò, e il topo, con piccoli saltelli, si avvicinava sempre di più. La ragazza era pietrificata, tanta era la paura che l'unica parte di lei che si muoveva erano le lacrime le che scendevano lungo il viso. Quando fu abbastanza vicino, il piccolo roditore si fermò, si pulì il viso con le sue piccole manine, guardò la ragazza negli occhi e, con tono indispettito disse:
“Io vengo qui dopo averti sentito gridare, voglio aiutarti e te cosa fai? Mi insulti e cerchi di colpirmi? Sai che se mi avessi preso mi avresti fatto molto molto male? Forse ne potevo anche morire! Eh no ragazza mia, non ci siamo proprio! Che ti ho fatto di male io per meritarmi tutto questo odio?”
Per un attimo la ragazza trattenne il fiato, sgranò gli occhi e tentò più volte di rispondere a quella domanda, ma la sorpresa era troppa. Dopo qualche altro tentativo disse, quassi sussurrando:
“T-tu...parli?”
Il topo si interrogò su quella domanda, inclinò il musetto da un lato e perplesso rispose:
“Perché tu no? Quasi tutti parliamo se abbiamo qualcosa da dire! Anzi spesso parla anche chi non ha niente da dire!”
Poi prese un lungo respiro, come se avesse capito qualcosa e continuò:
“Aaah, ma tu intendi dire che parlo la tua lingua! Beh si, ho studiato io, non sono mica un criceto che se ne sta tappato nella sua gabbietta e corre solo sulla sua ruota di plastica, io sono un topo di mondo!”
Sempre meno convinta di ciò che le stesse accadendo, la ragazza si stropicciò gli occhi e si asciugò le lacrime ripetendosi sottovoce:
“No, non può essere...no...dai non è possibile”
Il topo fece un altro piccolo saltello in avanti, e un altro ancora:
“Oh si che è possibile mia cara! E devi ancora rispondere alla mia domanda, tra l'altro, perché hai tentato di uccidermi? E perché gridavi in quel modo?”
Lei vedendolo avvicinarsi si tirò un po' indietro, la paura stava passando, tuttavia non voleva andarsene. Sebbene i topi non le piacessero molto non capita tutti i giorni di avere a che fare con uno di loro che parla la tua lingua. Prese quindi coraggio e, ancora a bassa voce, disse:
“Tu mi hai spaventata! E poi ho il terrore dei topi! Siete sporchi e portate malattie! Quindi non ti avvicinare ancora!”
Infastidito dalle parole della giovane umana, il topo si alzò su due zampe e con tono severo spiegò:
“Io sarei quello sporco? Vero, io vivo in una fogna! Ma sai di chi è tutta la sporcizia che c'è là sotto? Di voi umani! Quindi fammi il favore di non trattarmi come se fossi io quello cattivo!”
Fece una pausa, voleva che la ragazza pensasse alle sue parole, poi continuò
“E comunque non mi hai ancora detto cosa avevi da gridare...”
Sebbene l'umana avesse cercato di mandarlo via bruscamente, il topo era un topo buono, e voleva davvero provare ad aiutarla, se ne fosse stato in grado.
Al sentire di quelle parole, la ragazza si sentì in colpa e fissò il gradino sul quale poggiavano i suoi piedi, rimase in silenzio per qualche secondo e poi, rialzando lo sguardo verso il musetto del roditore disse:
“Sai, credo tu abbia ragione riguardo a noi umani, non siamo una specie così nobile come crediamo e mi dispiace che tu debba vivere nei nostri rifiuti e anche di averti tirato contro la mia borsa...”
Un singhiozzo interruppe il discorso, un'altra lacrima bagnò la sua guancia, ma poi proseguì:
“...n-non stavo gridando prima sai, io nemmeno parlo la tua lingua, questo è il modo in cui piango. Lo so, è un pianto strano, ma piango sempre così. Io piango sempre.”
Non sapendo cosa fare, il topo salì qualche gradino della scalinata e si piazzò tra i piedi della ragazza, inclinò ancora una volta il muso, dubbioso e toccato dalla tristezza della ragazza chiese:
“E perché piangi sempre? Non deve essere bello!”
La giovane abbozzò un sorriso che rimase solo alcuni istanti, poi di nuovo qualche lacrima, un singhiozzo, e quando si sentì pronta per parlare spiegò:
“No, non è bello, ma non posso farci niente...è colpa di mia madre e del nome che mi ha dato! Lacrima! Ti rendi conto? Mia madre mi ha chiamata Lacrima! Cos'altro potrei fare, se non piangere, con un nome così? Io le vedo le altre persone, capita anche a loro di piangere a volte, magari anche per cose stupide, come un regalo sbagliato al giorno del loro compleanno, o la scena di un film...ma almeno loro un motivo ce l'hanno, io no!”
Il topo ascoltò molto attentamente quel che Lacrima aveva da dirgli e appena lei ebbe finito di spiegare le poggiò una zampina sulla scarpa, quasi come fosse la mano messa sulla spalla di un amico che si vuole consolare. Sapeva però che quel tocco così leggero non sarebbe bastato a risollevare il morale così basso della ragazza, doveva dirgli quello che pensava, e lo fece:
“Oh, che sciocchezza mia cara! Solo perché ti hanno chiamata Lacrima non è detto tu debba passare la tua vita a piangere, se non è questo ciò che vuoi. Sai, a volte piangere è come togliersi un grosso peso di dosso, e io credo di sapere qual è il peso che ti porti dietro, è la paura!”
Lacrima cercò di capire di cosa il topo stesse parlando, ma non riuscendoci aggrottò le sopracciglia e lo interrogò:
“Paura? E di cosa avrei paura secondo te?”
Il roditore mostrò i suoi dentini in un sorriso, contento che la ragazza fosse disposta ad ascoltarlo, non gli capitava spesso di aiutare qualcuno e di poter sfoggiare la sua abilità di parlare umano nello stesso momento, quindi le disse:
“E' facile! Hai paura di essere te stessa! Credi che il tuo nome sia quello che tu sei, ma non è così! Il tuo nome è solo il modo con cui la gente ti chiama quando ha bisogno di te! Credi sia quello che sei solo perché è più facile sapere quello che devi fare quando sono gli altri a dirtelo...ma così mia cara...non sarai mai felice!”
Questa sorta di piccola rivelazione sembrò magicamente interrompere il flusso delle lacrime della ragazza, che dopo ancora un paio di singhiozzi chiese:
“Se credi che sia davvero così, cosa dovrei fare? Se smettessi di piangere cos'altro potrei fare?”
Il topo scosse la testa, poi si decise che doveva far capire a Lacrima che il modo in cui lei stava spendendo il tempo della sua vita non andava più bene, allora esclamò:
“Devi ascoltarti! Sai, anche quando siamo solo, in realtà, siamo sempre in due: c'è quello che siamo, e c'è quello che vogliamo diventare! Tu fino a questa notte hai sempre ascoltato il rumore dei tuoi singhiozzi e delle lacrime che cadevano sul pavimento...ecco, questo è quello che sei adesso...prova ad ascoltare la persona che vorresti diventare, senti quello che quella persona ha da dirti e segui i suoi consigli!”
Lacrima interruppe perfino il suo singhiozzare, le parole del topo avevano senso nella sua mente, e cominciò a sentire anche un'altra voce, la sua, o meglio, della persona che voleva diventare!
“Lacrima, finalmente hai smesso di piangere! Ce ne hai messo di tempo! Era da tanto che volevo parlarti ma eri sempre triste e non sapevo mai come avvicinarmi a te! Non è facile sai, parlare con una persona che piange, hai sempre paura di peggiorare le cose. Comunque ho da dirti solo poche cose, so che quello che sei non ti piace ma non devi decidere adesso quel che diventerai, ma devi promettermi che in ogni giorno che avrai la fortuna di vedere, cercherai di non rifugiarti nei fiumi di lacrime e nel ritmo del tuo singhiozzo, perché vedi, il mondo non aspetta chi resta fermo. Hai mille strade da percorrere e con impegno e costanza potrai diventare qualsiasi cosa tu voglia...”
Lacrima si ascoltò a lungo, fino al sorgere del sole. Quando smise di parlare con la persona che voleva diventare cercò con lo sguardo il topo, voleva ringraziarlo, ma non lo trovò, era sparito lasciandole un grande regalo: la consapevolezza che anche lo squittio più debole, se ascoltato, può trasformarsi in una forte voce.
Da quella lunga notte, e per ogni notte d'estate che seguì, quando la luna era alta nel cielo, nella città di Lacrima si sentirono solo i canti degli insetti, la brezza tra le foglie e i passi di qualche viandante.
Destiny
of this dying night,
there's something more
coming to bother
the quietness of my soul.
There's a destiny
for each thing on earth:
the leaf will kiss the ground
for other thousands falls,
the source will flow,
becoming river,
reaching for the beloved sea.
And again the wind will caress
our faces, mirrors of feelings.
Will fondle your hips,
kiss your back
and flow into you
becoming a river,
be my destiny?
martedì 7 febbraio 2012
È la pelle
Penetra, usando i nervi come sentiero
fino alla radice della mia passione
e la accende.
È la pelle a rivelarlo,
increspandosi, palesando il brivido.
Acceca la ragione e
rende sorda la coscienza;
questa notte non appartiene a loro.
Questo è il buio
del selvaggio amarsi,
del controllo perduto di un gemito
che vien fuori,
tutt'altro che timidamente.
Questa è la musica del piacere.
lunedì 6 febbraio 2012
La sveglia (e il delirio)
Eccolo.
Un altro fottuto giorno sotto un cielo di un azzurro che dovrebbe rallegrarmi e che invece mi ricorda che c'è la felicità là fuori, ma non qui; non nel mio petto, nel quale sento il cuore impazzare, ma solo perché questa dannata sveglia mi uccide ad ogni risveglio, finché non la spengo e mi ritrovo di nuovo nella mia povera realtà.
E poi il rituale: caffè, sigaretta e cesso, in quest'ordine, sempre. Poi c'è quel cazzo di specchio che mi accusa e mi ricorda che il Sam che vedo riflesso in quel vetro non è lo stesso che ricordo di essere stato.
Sono un trentenne nel corpo di un vecchio in decomposizione; occhiaie, rughe, calvizie e denti ingialliti, sono tutte cose che ho e delle quali farei volentieri a meno. C'era stato un tempo in cui ricordavo perfino cosa sognavo la notte, ci ridevo su. Mi divertivano i miei sogni, ma mi hanno abbandonato anche loro.
Mi hanno abbandonato come quella troia di Jenny.
"Sammy, io per te sto sacrificando la mia carriera, la mia vita e la mia felicità e sinceramente non credo ne valga più la pena. Non ci provi nemmeno a raggiungere qualche traguardo, accontentati pure di rimanere a galla nella tua merda, ma io non ci rimarrò un minuto di più".
E allora sai che ti dico? Fai come ti pare! È vero, non sto bene, ma farti scopare da Eddie non mi ha certo aiutato. Poi buono quell'altro. Uno che ha fatto carriera col culo parato dal padre, uno che qualsiasi cosa volesse non doveva far altro che chiederla, e già era sua. E così ha fatto con te, tirando giù nello scarico dieci anni vissuti da fratelli. Evidentemente Caino e Abele hanno da imparare da delle merde come lui. Ma va bene così. Adesso so con chi ho avuto a che fare e dopo un mese che ve ne siete andati posso dirvi che preferisco non avervi tra le palle, preferisco non sentire il vostro fetido alito sul collo, i vostri finti tentativi di spronarmi che mal celavano una frase sola: 'Svegliati, fallito! Diventa una persona di successo come noi!'.
"Meglio morto!" vi avrei risposto, se almeno per una volta foste stati in gradi di dirlo apertamente senza nascondervi dietro quel buonismo malato di disprezzo. Meglio morto che servo del sistema che vi vuole tutti inamidati e sull'attenti, col culo sempre a disposizione del padrone. No. Io non faccio la puttana, io racconterò le mie storie e continuerò a farlo anche da morto.
Questo è il mio ultimo giorno, e non farò un cazzo se non smettere di vivere. Non mangerò, non pulirò la casa, non farò telefonate, non manderò e-mail, non parlerò delle partite di ieri, non darò un ultimo bacio a mia madre e non cercherò di immaginarmi un futuro perfetto, padre di una famiglia perfetta con moglie e figli perfetti, in una casa perfetta in un quartiere rispettabile. Oggi siamo io e il mio banale appartamento spoglio.
E allora cominciamolo questo ultimo giorno. La luce sulla macchinetta mi dice che il caffè è pronto per uscire e come al solito almeno la metà del macinato che ho preso è finito sul pavimento. Stavolta però non impreco. Non dovrò ricordarmi dove ho lasciato la scopa, prenderla e mettermi a raccoglierlo; quindi premo quel bottone e aspetto che quel liquido nero come è nero il mio spirito in questo istante esca e riempia la mia tazza. È una bella tazza con dei cuori sopra. Uno dei pochi ricordi lasciati in casa mia da quella schifosa. Eppure ricordo com'era crederci, all'amore intendo. Era come credere in una sorta di divinità che qualora si fosse rivelata avrebbe salvato la mia anima e risistemato tutti i casini combinati in una vita intera. Ma ormai non è così e mi bevo silenzioso la mia bevanda amara, non voglio zucchero a nascondere la verità. Non oggi. Il caffè è amaro per natura ma il nostro voler cambiare le cose ci spinge a metterci lo zucchero, a mascherarlo per farlo apparire più apprezzabile. Non è come vestire bene un barbone così che nessuno lo guardi con disprezzo passandogli accanto? Eppure un barbone rimane, senza soldi e senza speranze.
E come i barboni si addentrano nei vicoli, così il caffè si fa spazio nella mia gola e raggiunge lo stomaco, vuoto, che borbotta. Oggi è il giorno della mia morte. Oggi non sento nessuno, neanche il mio organismo; anzi mi accendo questa sigaretta così lo danneggio. Come dare un pugno all'ubriaco rompipalle di turno, che soddisfazione! Un tiro dopo l'altro senza curarsi dei danni, godersi davvero il farsi male. Credo di non averlo mai fatto fino ad oggi. Eppure mi piace! per un attimo mi sento di stare in pace con me stesso.
Purtroppo questa sensazione dura poco. Un colpo di tosse e il catarro sale. Dannato freddo e dannata bronchite, devi rompere il cazzo anche nei primi minuti del mio giorno finale? Poi una fitta al ventre e di corsa al bagno. Accendo la stufa elettrica e, sedendomi, me la piazzo davanti le gambe. Intanto la sigaretta è ancora accesa e il suo fumo sembra un fantasma che mi fa compagnia. Peccato che preferisco stare da solo mentre cago; un'ultima boccata e lascio cadere il mozzicone nel water. È stato bello il suo addio, il *kcshhh* del tabacco ardente che impatta con l'acqua ha una sua poesia che sembro cogliere solo oggi.
Il calore del metallo incandescente di fronte alle caviglie sembra penetrare fino all'anima. Strano a dirsi, ma se la mia anima fosse sempre stata li? nei pressi della tibia intendo. Spiegherebbe perché non ho mai volato in alto ma sono sempre scappato da cose che poi, detto tra noi, neanche esistevano. È che la mia anima, trovandosi nelle gambe, usava quelle. Dopotutto non si può arrivare alla luna con un triciclo. Si avanza coi mezzi che abbiamo a disposizione, anche se scarsi. Ma poi, alla fine, io all'anima neanche ci credo.
Esco dal bagno un'ora e mille pensieri dopo, con del peso in meno e con la mente più pesante.
Quel caffè non mi ha soddisfatto e accendo di nuovo la macchinetta che mi saluta con un'allegra luce rossa lampeggiante, intanto metto la polvere nel filtro e sciacquo la tazza. Aperto il rubinetto, comincia subito a fare i capricci, ci vuole un po' prima che il flusso diventi continuo e l'acqua esca calda. È importante la fase del risciacquo; se c'è una cosa che odio sono i rimasugli di caffè freddo che si appostano sul fondo e ti assaltano la lingua appena hai finito di berne uno bollente. È un po' come quando cerchi di regolare la temperatura dell'acqua nella doccia e ti arrivano quei getti inaspettati, o gelidi, o bollenti. Lo stesso fastidio.
Eccola. La spia rossa è diventata fissa e il filtro è pronto, lo avvito, poggio la tazza al di sotto del beccuccio e premo il bottone. La macchina vomita altro liquido scuro, e io sono qui, a reggerle la fronte, aspettando che finisca. Come faresti col tuo migliore amico che ha alzato bevuto troppo e che ora si svuota in un vicolo.
Che razza orrenda i migliori amici! Un giorno affronti insieme a loro la merda che la vita ti sputa negli occhi e il giorno dopo si fanno loro stessi merda, oltre a farsi la donna che dici di amare. Un vero schifo.
E ancora una volta il caffè bagna labbra, lingua, gola e poi dritto fino allo stomaco. Un percorso che non delude mai. Che non cambia mai. È come la via di casa, ci cammini dentro sovrappensiero, senza domande.
Un'altra sigaretta? Sì, per forza. Allungo la mano a cercare il pacchetto sul tavolo. Sembra troppo leggero, quindi lo scuoto e non emette un buon rumore. Solo quello di qualche briciola di tabacco che si muove sul fondo. Lo apro e, senza nessuna sorpresa, lo trovo vuoto. Ora è solo un pezzo di cartone colorato e accartocciato che se ne sta nel buio del secchio dell'immondizia, insieme agli altri scarti delle mie giornate.
Per fortuna questo secchio non vedrà più passare al suo interno i miei patetici rifiuti; non faccio la spesa da giorni e sia il mio frigo che le dispense sono vuoti. A chi mi troverà esanime lascio solo caffeina e acqua.
In casa non c'è altro che un nuovo pacchetto di sigarette e un flacone di antidepressivi che quello stronzo di terapista mi ha prescritto. Non li ho mai presi, ma oggi recupero; spero solo che abbiano un effetto rapido.
Sento anche il bisogno di una doccia bollente. Voglio morire pulito e sono sicuro che quell'acqua fumante scrosterà via da me questo senso di oppressione e mi lascerà partire verso il vuoto con rinnovata libertà.
È il ventidue di dicembre però, ed in questo periodo non puoi semplicemente decidere di farti una doccia. Rischio l'ipotermia sia prima di entrare nella doccia sia mentre ne esco. Riaccendo la stufetta, stavolta a due di potenza; non voglio aspettare mezz'ora, questa doccia mi serve in tempo breve.
Oggi è il ventidue di dicembre e non è un caso che l'abbia scelto come il mio ultimo giorno. È solstizio, è la notte più lunga dell'anno, e da domani le giornate cominceranno a farsi, un pizzico al giorno, più luminose.
In tempi lontani si credeva che il sole, dopo la sua morte in questo giorno, rinascesse per dare luce all'uomo.
Io oggi muoio e basta, senza la speranza di rinascere. Ma la voglia di vedere di nuovo le giornate allungarsi mi manca; nelle giornate soleggiate la luce non arriva solo ai palazzi, ai par chi e alle strade; ma arriva anche sui miei fallimenti, sulle cose rimandate e mai concluse. Su quello che vorrei essere e che non diventerò mai.
Apro la porta del bagno e l'aria si è scaldata quanto basta. Mi tolgo questa maglietta nera e questi pantaloni grigi di una vecchia tuta che non ho mai usato per altro che non fosse vagare in questo appartamento.
Non ho mai fatto sport, non ho mai corso nel parco e il riflesso nello specchio del mio fisico esile non smentisce i pessimi risultati della mia pigrizia. Ci sono stati giorni nei quali me ne preoccupavo. Non questo.
Sotto la doccia canto. L'ho sempre fatto; se impegno il mio cervello a ricordare i testi delle canzoni riesco ad arginare quel fiume di fottuti pensieri che si ammassano e mi divorano l'anima un pezzo alla volta. Il problema c'è solo all'inizio, quando nella mia playlist mentale scorrono veloci i titoli di troppe canzoni, ma solitamente dopo pochi secondi ho già scelto quale cantare; la mia voce si mischia col rumore dell'acqua che colpisce la mia schiena e il pavimento. Un concerto che sarebbe degno di essere ascoltato da tutti.
Uscito dalla doccia, nonostante l'accappatoio addosso, sento ogni singola goccia scivolare sulla mia schiena, sulle mie gambe, sul mio viso. E allora dimeno freneticamente le mani, sfregando il tessuto su tutto il mio corpo. La pelle si arrossa per qualche secondo. Tocca ai capelli. Prima l'asciugamano e poi l'asciugacapelli.
Fuori dal bagno il tempo è passato in maniera diversa. L'orologio in cucina segna le quattro di pomeriggio.
È tardi. Devo sbrigarmi e vestirmi. Un jeans e una camicia nera che bene si combina con la cintura, sotto una maglietta felpata, per non sentire troppo freddo. Il mio corredo funebre è questo. Le scarpe sono buone, i calzini hanno un buchetto in corrispondenza dell'alluce. Non lo vedrà nessuno quel buco.
Mi sono preparato bene. Ho deciso di morire guardando il sole che muore con me. Ho piazzato una sedia davanti alla finestra della camera, dal trentunesimo piano vedrò un tramonto bellissimo, l'ultimo. Ho lasciato in un cassetto tutte le mie poesie, tutte le mie storie. Sul comodino, vicino alla sveglia e alla lampada c'è un biglietto, preparato da giorni con scritto: 'Me ne sono andato...non ho soldi per fuggire lontano...mi sono dovuto arrangiare come potevo'. Spero colgano l'ironia e non piangano troppo. Conservate le lacrime per celebrare la vita, non la morte, è quello che ho sempre detto e non lo smentisco ora che manca meno di un'ora alla mia dipartita. La coerenza è una virtù anche in punto di morte.
Intanto il cielo fuori comincia a tingersi di rosa e arancio. Mi siedo sul legno. Una sigaretta salda tra le labbra, un flacone di barbiturici nella mano, l'altra regge le pillole che, a poco a poco lascio uscire. All'inizio le conto. Una, due, tre, quattro. Poi il polso fa da solo e ne lascia cadere troppe, tutte insieme. La mia mano trema e non penso ad altro che ad ingoiarle tutte. Il sole sta scendendo, sempre più basso nel panorama; l'acqua e le pasticche lo imitano nel mio corpo. Penso a come sarà il mondo dopo. Da questa notte in poi.
Sono sicuro che il mio nome: Samuel Allen, sarà più conosciuto quando sarò morto. Ho anche rimesso la sveglia per domani mattina, perché nonostante l'abbia odiata per tutti questi anni, mi è sempre dispiaciuta non lasciarla cantare finché non si scaricano le batterie, col suono che si fa sempre più lento e basso.
Come sta succedendo a me e ai miei movimenti. Vedo la luce affievolirsi e la nostra grande stella sparire dietro l'orizzonte, lasciando spazio alla notte e alle sue sorelle più piccole, alla luna, agli innamorati nel parco.
Il mio ultimo pensiero va alla sveglia.Merita anche lei di fare quello che ama fino alla morte, senza che nessuno la ostacoli. Canta quanto vuoi domattina. Canta alla faccia mia e di tutte le volte che ti ho messa a tacere col tasto 'off'. Canta.
...
Ti tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì...
venerdì 3 febbraio 2012
"Risvegliare la vita" (Waking Life)
Perché ci vuole anche un po' di passione...
La rivolta di Kruger (una favola tratta da una storia vera)
I sovrani incontrastati della zona erano i feroci leoni. Essi comandavano tutte le altre creature che vivevano in quella terra, poco importava che fossero gazzelle, iene, giraffe, bufali o coccodrilli, quel che interessava loro era avere potere su ogni altro essere. La prima preoccupazione dei leoni era quella di mangiare, come tutti del resto, ma invece di cacciare il necessario, spesso i re di Kruger cacciavano più di quanto avessero bisogno, lasciando dietro di loro nient'altro che ossa spolpate.
Capitava non di rado che più di un cucciolo venisse sottratto alle loro madri e venisse mangiato davanti ai loro occhi, ed esse, impotenti e addolorate bagnavano l'arido terreno con le loro lacrime.
Tutte le famiglie di bufali parteciparono alla riunione e discussero a lungo sul da farsi, nessuno sopportava più i soprusi che i sovrani li costringevano a subire. Dopo molte ore di acceso dibattito decisero che la cosa più sensata da fare fosse tendere un'imboscata alla famiglia reale che veniva giornalmente a riscuotere il loro bottino di carne.
L'alba era sorta già da tempo e il sole, ormai alto nel cielo, diffondeva nell'aria un calore intenso. Il piano andava messo in atto in quell'istante e così fu. I piedi lesti camminavano da soli nella savana, in direzione del laghetto che vi era posto al centro, nei pressi del quale cinque leonesse attendevano il loro arrivo.
Disse con falsa aria sottomessa papà Piedilesti, non appena fosse abbastanza vicino da poter far udire la sua voce.
“Direi che ci avete fatto aspettare fin troppo tempo, misero bufalo!”
Ringhiò in risposta la più anziana delle leonesse.
“Non vi sembra irrispettoso che noi, felini dal sangue blu dobbiamo perfino attendere i vostri comodi, oltre che essere costrette a rivolgervi la parola? Ma fortunatamente questo non si ripeterà più, questi sono i vostri ultimi minuti prima che la vostra carne arrivi ai nostri stomaci!”
Continuò altezzosa un'altra.
“Credo che voi siate in torto, infide assassine, noi vedremo sorgere il sole ancora molte volte e se così non fosse...beh...dovrete faticare molto per avere la nostra carne!”
Ribatté coraggioso Piedilesti che, al termine di questa frase gettò uno sguardo alla moglie, uno al figlio, e annuì per poi gridare:
“FUGGIAMO!ORA!”
In un turbine di paura e orgoglio, quella frase gettò i bufali in una corsa sfrenata per la sopravvivenza, e le leonesse, basite e offese da quel gesto irriverente, si lanciarono nell'inseguimento.
La corsa durò però poco. Il piccolo Piedilesti infatti, confuso dalla paura, corse in una direzione diversa da quella stabilita, e venne ben presto sopraffatto dagli artigli e dalle zanne delle abili inseguitrici. Il grido del piccolo arrestò la fuga dei genitori che, voltandosi, videro il corpo del loro unico figlio sovrastato dalle cinque leonesse che continuavano, ormai in possedute dalla più cieca furia, a graffiarlo e a morderlo. C'era una sola cosa da fare: combattere per vendicare quella violenza!
Fu così che i Piedilesti, combattendo la loro natura di preda e traendo forza dall'amore per il proprio piccolo, marciarono in direzione delle regine di Kruger. Non erano soli, il grido del giovane bufalo fu così forte che giunse all'orecchio delle altre famiglie nascoste tra gli alberi, le quali, non appena lo udirono si gettarono alla carica, organizzandosi in ranghi compatti. Quell'esercito contava decine e decine di corna affilate e possenti zoccoli e si arrestò solo a pochi metri dalle leonesse.
Quest'ultime, incredule e terrorizzate, non poterono fare altro che difendere il loro bottino ringhiando e mostrando i loro grandi denti puntuti.
Dalle file dell'esercito, i meno intimoriti si fecero avanti affrontando le cacciatrici delle quali una fuggì colta dal panico e un'altra venne colpita da un'incornata. Lo scontro era davvero iniziato.
Poco a poco i bufali riuscirono a disperdere le leonesse una ad una, a difendere la propria preda rimase solo la più anziana tra loro, ma era debole e stanca. Il piccolo Piedilesti era ancora tra le sue grinfie, ma adesso aveva la forza di rialzarsi, con lo stupore di tutti coloro che lo avevano creduto morto. Non appena il cucciolo rientrò nella mandria l'ultima delle regine rimaste, vedendosi sconfitta si diede alla fuga.
Fu così che quel giorno gli abitanti di Kruger diedero vita alla più grande rivolta della storia, quella contro la natura che li voleva sempre vittime innocenti.
Grazie a quell'evento, il mondo seppe che chi comanda deve chiedere sempre il giusto, mai di più;
imparò che i deboli e i poveri sono deboli e poveri solo da soli, e che è meglio non scoprire di cosa siano capaci quando si uniscono per una causa comune, per combattere le ingiustizie; capì che la natura è immutabile solo se si accetta che lo sia, e che è possibile cambiarla se abbiamo i giusti motivi, che sia la semplice voglia di farlo o l'amore incondizionato di un genitore per un figlio.
Vita e Super Mario
Presentazione e convenevoli
Sì, raccontare storie. È questo quello che faccio e che vorrei diventasse il mio mestiere, un giorno, quando avrò assunto quella tecnicità e quella scioltezza, quella sicurezza che distingue un vero artista da un amatore.
Ecco adesso mi colloco nella seconda categoria. L'azione dello scrivere è sempre stata la mia via preferenziale per comunicare qualsiasi cosa, per acquietare le mie ansie, per esprimere le mie conquiste e spesso per dichiarare il mio amore verso qualcuno o qualcosa.
Ma adesso mi rendo conto che voglio vivere di questo e che, in un certo senso, è sempre stato il mio sogno: vivere di quello che so fare meglio e che amo di più...chi di noi non ha un sogno nel cassetto in fondo?
Io che aspetto ancora Godot, che mi trasformo in Mr Hyde e che assorbo energie da chi mi circonda come Dracula, voglio donarmi al mondo nell'unico modo che so fare.


