Quante strade conta questo globo?
Questa terra a volte arida e a volte florida,
che contiene tutto e il suo contrario,
un grembo che accoglie un figlio e la sua ombra,
su quante delle sue vene possiamo perderci?
Ed è possibile pensare che uno solo,
tra questi immensi vicoli di giorni e notti,
componga l'unico percorso per il nostro arrivo?
Quale destinazione bramiamo
più d'ogni altra?
L'amore? La gioia? La sicurezza? L'identità?
Eppure la tomba è il nostro naturale traguardo.
Non smetteremo di cercare strade,
non cesseremo d'essere il sangue
che attraversa quelle vene.
Cammineremo nelle vie lontane
da quelle in cui nascemmo,
con la paura che tutto diventi diverso.
Correremo su autostrade pericolose
per raggiungere gli amori e i sogni,
con la paura che il tempo non basti.
Danzeremo nelle strade in festa
nella musica delle risate e del vino,
con la paura che il sole sorga troppo presto.
Marceremo, gridando, nelle strade in protesta,
in una parodia di una guerra,
con la paura di averlo fatto a vuoto.
Ci fermeremo, di tanto in tanto,
a chiederci il senso dell'inizio, della fine
e di quel che c'è nel mezzo.
Stavolta senza paura.
Perché che il senso non esista, non è timore,
ma certezza.
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sabato 9 aprile 2016
martedì 31 dicembre 2013
L'esperienza dell'abisso
Ti ricordi che pensavi che ormai fosse finita?
non credevi d'essere all'inizio di un'altra salita
con la saliva assente, l'ansia latente,
l'impressione che girasse a vuoto la tua mente.
Menomale che in quei giorni non hai avuto le palle
altrimenti queste storie non potresti raccontarle
a chi è al primo ciak, a chi ancora si fa,
sperando che quel vuoto dentro prima o poi si riempirà.
Vivi un altro giorno
Guarda la bellezza intorno,
guarda quant'è fecondo il mondo
Risorgi ancora una volta
perché sei la chiave di volta
sulla quale regge la tua prossima svolta
Mi ricordo che pensavi di non farcela più,
eri inchiodato ad una croce manco fossi Gesù.
Chiodi arrugginiti, di falsi miti
e la certezza che i bei tempi ormai fossero finiti.
Menomale che quei in giorni non hai avuto coraggio,
menomale che col tempo sei diventato più saggio
e hai cambiato copione, sei passato all'azione
perché non hai colpe per le quali chiedere espiazione.
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martedì 21 agosto 2012
Genesi della realtà interna
L'esperienza della realtà è spesso associata a ciò che viviamo passivamente, a ciò che ci circonda e che sia sensibilmente misurabile.
Il nostro corpo, quello delle persone attorno a noi, il sole, il vento, le parole e la penna con la quale vengono scritte: reale. senza dubbio. E le idee? i pensieri? reali?
Probabilmente l'univocità tarderà a palesarsi nel tentativo di dare una risposta chiara e definitiva a questa domanda. Kurt Lewin disse: "reale è tutto ciò che ha un effetto", ma la definizione stessa di "effetto" è scarsamente accostabile ad un'universalità di significato. Se assumiamo per vero il suo significato più popolare, ovvero che a seguito di un evento l'effetto sia un fenomeno in grado di deviare, generandone una nuova, la fontana di successivi eventi che sarebbero seguiti se l'evento primo non si fosse verificato, allora ci accorgiamo che le idee, i pensieri e le emozioni sono tanto reali quanto la luce o il calore.
Un esempio chiarificatore che mi viene in mente (dai ricordi della mia infanzia) è quello di un bambino che, all'ora di andare a dormire, viene colto da ansia e panico poiché teme che nel buio della camera da letto si annidino mostri e fantasmi. Questa forte paura devia il corso degli eventi base creando una nuova fontana di eventi che coinvolge non solo il bambino (che origina l'effetto e, conseguenzialmente, la nuova realtà, una realtà interna a lui) ma anche coloro che, per necessità o vicinanza, si trovano nell'area coperta dalla nuova realtà. Se la linea temporale di eventi base prevedeva che il bambino si sarebbe lavato i denti, avrebbe dato la buonanotte ai genitori, avesse spento la luce, si fosse messo a letto e si sarebbe addormentato, l'effetto generatore di una nuova realtà, ovvero la paura, devierà gli eventi in una nuova linea nella quale, presumibilmente, il bambino farà fatica ad addormentarsi, richiederà la vicinanza dei genitori e la luce accesa; nel caso di una crisi di panico scaturita dalla paura il disagio del bambino potrebbe sfociare nel pianto, che infastidirebbe i vicini.
I genitori a questo punto probabilmente cercherebbero di spiegare al bambino che i mostri e i fantasmi non esistono, incontrando resistenza da parte del figlio che, proprio a causa dell'effetto della paura percepisce questi personaggi come entità concrete, in grado di spaventarlo. Sarebbe più giusto, e semplice, cercare di spiegargli, cercando di sopire la paura e non la convinzione che siano reali, che i mostri non potranno fargli del male e che non si faranno vedere.
Da questo semplice, e sicuramente non eccellente esempio, è di poco più semplice dare uno sguardo che vada più in profondità su ciò che è definibile come reale e su quali sono le cose che influiscono sulla nostre azioni e sulla percezione che abbiamo del mondo.
La banalità di quanto fin qui è stato scritto potrebbe lasciare un'espressione di sufficienza o perfino sdegno sui volti di quanti abbiano avuto la pazienza di leggere, ma in giorni come questi, nel quale il mio limite tra reale e ideale sembra vacillare, ribadire i concetti più semplice alle persone che dedicano un po' del loro tempo a ciò che scrivo è una necessità che sento come viscerale. Specialmente vedendo in quanti danno per scontate queste piccole verità ignorandole, e subendone passivamente gli effetti
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mercoledì 15 agosto 2012
Il cane di Morfeo
Nella trama di questa vicina ombra ferita
si sta consumando un peccaminoso fluire d'attimi
che vede l'eco della beat generation rimbalzare sulle pareti
e giungere dall'orecchio alle viscere
mentre gli angeli alle pareti si ergono,
araldi di immobile condotta morale
ed occhi di una gloriosa buona invenzione,
disturbando la loro presenza e impedendo il piacere
che dalla solitudine scaturisce.
Penitente e carceriere in ogni cellula,
la condanna di chi consapevolmente perde il senno
ed accetta il guinzaglio di Morfeo, che alla realtà giunge,
con intenzioni pessime strette nell'altro pugno.
Cane da guardia del proprio incubo,
protettore di una nera villa le cui ricchezze nascoste
sono perdute nella memoria e non nello spazio,
servo di un nuocere che si fa amante dolce e lussuriosa,
che sussurra dolci insulti e accarezza con spine.
Un nuovo Cerbero costretto alla fame dell'anima,
padrone di un antropologico vuoto
che si muove con un bastone ed occhiali scuri in uno splendore di nulla
si sta consumando un peccaminoso fluire d'attimi
che vede l'eco della beat generation rimbalzare sulle pareti
e giungere dall'orecchio alle viscere
mentre gli angeli alle pareti si ergono,
araldi di immobile condotta morale
ed occhi di una gloriosa buona invenzione,
disturbando la loro presenza e impedendo il piacere
che dalla solitudine scaturisce.
Penitente e carceriere in ogni cellula,
la condanna di chi consapevolmente perde il senno
ed accetta il guinzaglio di Morfeo, che alla realtà giunge,
con intenzioni pessime strette nell'altro pugno.
Cane da guardia del proprio incubo,
protettore di una nera villa le cui ricchezze nascoste
sono perdute nella memoria e non nello spazio,
servo di un nuocere che si fa amante dolce e lussuriosa,
che sussurra dolci insulti e accarezza con spine.
Un nuovo Cerbero costretto alla fame dell'anima,
padrone di un antropologico vuoto
che si muove con un bastone ed occhiali scuri in uno splendore di nulla
martedì 3 luglio 2012
Nodo alla gola (...dal panico allo sfogo...)
Sono bastate una notte ed una cazzata per cambiare la percezione, il modo in cui vedo le cose, e il modo in cui queste cose vedono me. La paura, il terrore e il sentirsi morire, la difficoltà a cadere in un sonno che poteva durare sempre. Poi il risveglio e il morire poco a poco, sentire meno il respiro, sentire meno il controllo del proprio corpo e delle proprie giornate. E ad ogni alba vedersi strappare dalle mani un pezzo di successo e ad ogni frammento tolto sentire un nodo alla gola, che si stringe, che ti strozza.
Medici, medicinali e pronto soccorso, neanche vedere tutto quel dolore ha lenito il mio, né ha fermato la sensazione che fossi sbagliato per il mondo quando mi aggiro per le strade e cerco di incontrarlo di nuovo, di farci pace. Eppure lo capisco, sta prendendo la sua vendetta, per molto tempo sono scappato da lui e ora che voglio davvero vederlo e viverlo fa il prezioso, si defila e mi schernisce, come un amante che ha amato molto e non ha avuto nulla in cambio. Dovrò provargli i miei sentimenti con l'impegno, dovrò raccontargli di nuovo la mia storia. Anche se raccontarla è un peso per entrambi, ma un peso che si spartisce, e che io avrei comunque. Come per le persone divorate e annegate nelle proprie storie, che diamo per scontato non vogliano ascoltare le nostre, per non invaderle, non sovraccaricarle. Eppure non dovremmo agire così, dovremmo rompere le palle e chiedere aiuto, ed essere disponibili a donarlo.
Una notte e una cazzata hanno cambiato tutto, mi hanno scaraventato via proprio mentre nel tiro alla fune ero il favorito. Mi hanno spinto indietro al punto di partenza, e riparto, stanco, ma riparto.
Accetto di avere persone intorno e di non essere solo, anche se significa non poter riuscire da solo. Proprio io che credevo di aver capito appieno quel "Live together, die alone", che ogni volta che la sentivo da un personaggio di Lost mi travolgeva, e annuivo. Invece no, io volevo vivere da solo, senza spartire niente, senza appoggi, ma non è possibile. Non è possibile farsi carico di tutto e procedere, sentirsi soli e accettarlo è la vera sconfitta, quella che ti affossa e immobilizza. E di nuovo immobile sono.
Lo percepisco camminando, incontrando gli sguardi delle persone, sentendo quello che dicono e il sapere che quel che sono è altra cosa mi fa venire voglia di conoscerle, di avvertirne l'essenza reale e non quella di convenienza. Le continue conferme delle persone che mi sono vicine sono state ignorate a lungo, quasi non fossero necessarie, e mentivo a me stesso, mentivo a loro.
La mia parte scettica e visceralmente cinica ha preso il sopravvento. Il mondo è pieno di merda, e puoi contare solo su te stesso. Il mondo è pieno di persone egocentriche e che vogliono farti il culo, senza farsi scrupoli, pensa solo a te e non curarti del resto. TUTTE CAZZATE!
Ho messo in coma farmacologico la speranza e il buon senso, le uniche cose dentro di me che avrebbero potuto svegliarmi dall'illusione che avevo creato. Fortunatamente, la speranza e il buon senso ho potuto trovarle nella pelle di chi ho salutato, nelle parole delle persone che mi hanno parlato e nelle mani di chi mi ha accarezzato. L'amore (e non quello adolescenziale e totalizzante) è presente nei gesti delle persone che con questi gesti si lascia amare e si poggia su coloro che amano. Io questo voglio essere. Sognatore razionale è la definizione. Il sogno realizzabile di chi sa che l'esperienza umana è composta di possibilità che si creano con l'impegno. Voglio avere la forza di impegnarmi per avere la mia parte di serenità nell'avversità, di amore nella rabbia. Cose possibili, ad un passo da noi, anche se invisibili. Dobbiamo solo cercarle un attimo per caderci dentro, ed impegnarci per restare in quell'esatto posto.
CONDIVISIONE. DESIDERIO. PASSIONE. IMPEGNO.
Un nuovo mantra, una nuova realtà
mercoledì 22 febbraio 2012
Stato d'ansia (monologo)
Mai stato uno di successo io. Mai.
È il passaggio da azione a idea che proprio non mi riesce. Non mi è proprio mai stato facile; anche quando sapevo di potercela fare, magari anche facilmente, c'era sempre qualcosa che mi bloccava. Qualcosa che da dentro mi metteva le mani sul petto e mi sussurrava all'orecchio "Non fare cazzate, che le paghi care"
con voce minacciosa e che, al tempo stesso, ispirava fiducia, si faceva amare. Io le ho sempre dato ascolto, da quando ero bambino e ho perso molti dei treni che mi sono passati davanti, così, come se fossero pioggia in autunno.
Ho iniziato da piccolo e con piccole cose: "No, lo scivolo no! E se poi cado e mi faccio male?".
Non ho mai imparato ad andare in bicicletta per lo stesso motivo, e adesso ho paura di come, un giorno, lo spiegherò (semmai ne avrò) ai miei figli che verranno da me con gli occhi pieni di cieca fiducia trascinando una bici e mi chiederanno di togliergli le rotelle, perché ormai sono grandi e vogliono imparare ad andare senza limiti. Come spiegherò a loro che papà senza rotelle non c'è mai andato? Penseranno che sono ancora piccolo!
E forse è la realtà, forse sono talmente piccolo che mi sono lasciato dominare da quella voce, tanto da allontanare persone che amavo per paura di non saper gestire un rapporto. Come per la bici, per paura di farmi male cadendo. E così i percorsi non conclusi si sono accumulati, giorno dopo giorno.
E poi le persone che ti vogliono bene ti si avvicinano, preoccupati, e ti dicono: "Tranquillo, nessuno ti chiede di correre, raggiungi quello che puoi un giorno alla volta, noi ti saremo vicini". No, non funziona così!
A parte il fatto che il mio problema non è la corsa, è il primo passo. Poi credi davvero che i miei giorni siano il problema? Il problema è la notte, dove te ne rimani da solo con te stesso e ti rivedi in ogni puntata di ogni stupido telefilm che vedi per noia. Ti rivedi perfino nelle macchie sul muro, nella cenere delle sigarette e nel dolciastro odore di fumo d'erba che appesta le tende della tua camera. Ti riconosci in tutto, tranne che allo specchio. Perché per quanto i tuoi pensieri possano farti credere di essere quello che vedi, lo specchio non mente e quello che vedi sei tu: puramente, semplicemente e oggettivamente tu. Il problema è la notte perché non c'è nessuno né che ti parli né che ti tocchi. Nessuno che distolga l'attenzione da quella fottuta voce.
Ma io nonostante non abbia successo sono una persona fiduciosa, credo nel fatto che ogni singolo momento in cui ascolto me stesso, sputandomi in faccia sia la realtà che le mie illusioni, funga da maestro di vita. Una sorta di sensei Miyagi dell'autoconsapevolezza e autoattualizzazione spirituale e intellettiva.
La realtà è che vedendo chi mi circonda, chiamatela società, gente o popolo, la sostanza è la stessa; ecco, vedendo loro, anche se non ho successo non me ne faccio una colpa. Questa cultura vede come 'successo' non tanto quello che riesci a fare, come sai gestire gli eventi della tua vita, o raggiungere un certo livello di bellezza interiore. Il loro, spesso il nostro concetto di successo è contare gli zeri nella cifra del conto in banca per gli uomini, e prendere misure di fianchi, vita e tette per le donne.
A questo punto abbracciatelo pure il vostro successo, io mi tengo i sogni! Io mi tengo le mie favolette e storielle. Mi tengo la paura dei mostri e il non saper andare in bicicletta. Mi tengo i rapporti a metà. Mi tengo il credere all'amore vero e al 'vissero felici e contenti' perché anche se non è vero, li per lì, ci credi!
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