mercoledì 22 febbraio 2012
Stato d'ansia (monologo)
Mai stato uno di successo io. Mai.
È il passaggio da azione a idea che proprio non mi riesce. Non mi è proprio mai stato facile; anche quando sapevo di potercela fare, magari anche facilmente, c'era sempre qualcosa che mi bloccava. Qualcosa che da dentro mi metteva le mani sul petto e mi sussurrava all'orecchio "Non fare cazzate, che le paghi care"
con voce minacciosa e che, al tempo stesso, ispirava fiducia, si faceva amare. Io le ho sempre dato ascolto, da quando ero bambino e ho perso molti dei treni che mi sono passati davanti, così, come se fossero pioggia in autunno.
Ho iniziato da piccolo e con piccole cose: "No, lo scivolo no! E se poi cado e mi faccio male?".
Non ho mai imparato ad andare in bicicletta per lo stesso motivo, e adesso ho paura di come, un giorno, lo spiegherò (semmai ne avrò) ai miei figli che verranno da me con gli occhi pieni di cieca fiducia trascinando una bici e mi chiederanno di togliergli le rotelle, perché ormai sono grandi e vogliono imparare ad andare senza limiti. Come spiegherò a loro che papà senza rotelle non c'è mai andato? Penseranno che sono ancora piccolo!
E forse è la realtà, forse sono talmente piccolo che mi sono lasciato dominare da quella voce, tanto da allontanare persone che amavo per paura di non saper gestire un rapporto. Come per la bici, per paura di farmi male cadendo. E così i percorsi non conclusi si sono accumulati, giorno dopo giorno.
E poi le persone che ti vogliono bene ti si avvicinano, preoccupati, e ti dicono: "Tranquillo, nessuno ti chiede di correre, raggiungi quello che puoi un giorno alla volta, noi ti saremo vicini". No, non funziona così!
A parte il fatto che il mio problema non è la corsa, è il primo passo. Poi credi davvero che i miei giorni siano il problema? Il problema è la notte, dove te ne rimani da solo con te stesso e ti rivedi in ogni puntata di ogni stupido telefilm che vedi per noia. Ti rivedi perfino nelle macchie sul muro, nella cenere delle sigarette e nel dolciastro odore di fumo d'erba che appesta le tende della tua camera. Ti riconosci in tutto, tranne che allo specchio. Perché per quanto i tuoi pensieri possano farti credere di essere quello che vedi, lo specchio non mente e quello che vedi sei tu: puramente, semplicemente e oggettivamente tu. Il problema è la notte perché non c'è nessuno né che ti parli né che ti tocchi. Nessuno che distolga l'attenzione da quella fottuta voce.
Ma io nonostante non abbia successo sono una persona fiduciosa, credo nel fatto che ogni singolo momento in cui ascolto me stesso, sputandomi in faccia sia la realtà che le mie illusioni, funga da maestro di vita. Una sorta di sensei Miyagi dell'autoconsapevolezza e autoattualizzazione spirituale e intellettiva.
La realtà è che vedendo chi mi circonda, chiamatela società, gente o popolo, la sostanza è la stessa; ecco, vedendo loro, anche se non ho successo non me ne faccio una colpa. Questa cultura vede come 'successo' non tanto quello che riesci a fare, come sai gestire gli eventi della tua vita, o raggiungere un certo livello di bellezza interiore. Il loro, spesso il nostro concetto di successo è contare gli zeri nella cifra del conto in banca per gli uomini, e prendere misure di fianchi, vita e tette per le donne.
A questo punto abbracciatelo pure il vostro successo, io mi tengo i sogni! Io mi tengo le mie favolette e storielle. Mi tengo la paura dei mostri e il non saper andare in bicicletta. Mi tengo i rapporti a metà. Mi tengo il credere all'amore vero e al 'vissero felici e contenti' perché anche se non è vero, li per lì, ci credi!
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