Era
una notte d'estate come molte altre se ne erano viste, il rumore
delle cicale dagli alberi ai lati delle strade inondava il silenzio
della città, un leggero vento rinfrescava le poche persone sparse
tra le vie e i vicoli. Ad un tratto però, proprio in uno di questi
vicoli, si sentì un nuovo rumore che non aveva nulla a che fare con
la brezza che passa tra le foglie degli alberi o col canto di qualche
insetto, sembrava uno squittio a singhiozzi. Sulla scalinata di una
palazzina c'era, seduta col viso coperto dalle mani e illuminata da
un lampioncino, una ragazza. Era da lei che veniva quel suono, era il
suo pianto acuto quel che si sentiva. Non passò molto tempo prima
che a quello squittio venisse data una risposta.
Dalla grata sotto la grondaia della palazzina, che portava l'acqua piovana alla fogna, infatti, uscì ben presto un topo che, avendo sentito qualcuno gridare nella sua lingua, si precipitò a dargli aiuto.
Dalla grata sotto la grondaia della palazzina, che portava l'acqua piovana alla fogna, infatti, uscì ben presto un topo che, avendo sentito qualcuno gridare nella sua lingua, si precipitò a dargli aiuto.
La
ragazza però non cercava aiuto, almeno non da un topo sporco e
puzzolente e, appena lo vide, con gli occhi colmi di lacrime,
spaventata e disgustata, balzò indietro e urlò:
“Aaaaaaah!Un topo! Che schifo! Un topo!”
A questo punto afferrò la borsa che aveva di fianco e, presa dal terrore, la scagliò in direzione del roditore.
“Vattene via! Topo schifoso!”
Disse mentre la borsa lasciava la sua mano, nella speranza che lo colpisse in pieno. Ma lo mancò, e il topo, con piccoli saltelli, si avvicinava sempre di più. La ragazza era pietrificata, tanta era la paura che l'unica parte di lei che si muoveva erano le lacrime le che scendevano lungo il viso. Quando fu abbastanza vicino, il piccolo roditore si fermò, si pulì il viso con le sue piccole manine, guardò la ragazza negli occhi e, con tono indispettito disse:
“Io vengo qui dopo averti sentito gridare, voglio aiutarti e te cosa fai? Mi insulti e cerchi di colpirmi? Sai che se mi avessi preso mi avresti fatto molto molto male? Forse ne potevo anche morire! Eh no ragazza mia, non ci siamo proprio! Che ti ho fatto di male io per meritarmi tutto questo odio?”
Per un attimo la ragazza trattenne il fiato, sgranò gli occhi e tentò più volte di rispondere a quella domanda, ma la sorpresa era troppa. Dopo qualche altro tentativo disse, quassi sussurrando:
“T-tu...parli?”
Il topo si interrogò su quella domanda, inclinò il musetto da un lato e perplesso rispose:
“Perché tu no? Quasi tutti parliamo se abbiamo qualcosa da dire! Anzi spesso parla anche chi non ha niente da dire!”
Poi prese un lungo respiro, come se avesse capito qualcosa e continuò:
“Aaah, ma tu intendi dire che parlo la tua lingua! Beh si, ho studiato io, non sono mica un criceto che se ne sta tappato nella sua gabbietta e corre solo sulla sua ruota di plastica, io sono un topo di mondo!”
Sempre meno convinta di ciò che le stesse accadendo, la ragazza si stropicciò gli occhi e si asciugò le lacrime ripetendosi sottovoce:
“No, non può essere...no...dai non è possibile”
Il topo fece un altro piccolo saltello in avanti, e un altro ancora:
“Oh si che è possibile mia cara! E devi ancora rispondere alla mia domanda, tra l'altro, perché hai tentato di uccidermi? E perché gridavi in quel modo?”
Lei vedendolo avvicinarsi si tirò un po' indietro, la paura stava passando, tuttavia non voleva andarsene. Sebbene i topi non le piacessero molto non capita tutti i giorni di avere a che fare con uno di loro che parla la tua lingua. Prese quindi coraggio e, ancora a bassa voce, disse:
“Tu mi hai spaventata! E poi ho il terrore dei topi! Siete sporchi e portate malattie! Quindi non ti avvicinare ancora!”
Infastidito dalle parole della giovane umana, il topo si alzò su due zampe e con tono severo spiegò:
“Io sarei quello sporco? Vero, io vivo in una fogna! Ma sai di chi è tutta la sporcizia che c'è là sotto? Di voi umani! Quindi fammi il favore di non trattarmi come se fossi io quello cattivo!”
Fece una pausa, voleva che la ragazza pensasse alle sue parole, poi continuò
“E comunque non mi hai ancora detto cosa avevi da gridare...”
Sebbene l'umana avesse cercato di mandarlo via bruscamente, il topo era un topo buono, e voleva davvero provare ad aiutarla, se ne fosse stato in grado.
Al sentire di quelle parole, la ragazza si sentì in colpa e fissò il gradino sul quale poggiavano i suoi piedi, rimase in silenzio per qualche secondo e poi, rialzando lo sguardo verso il musetto del roditore disse:
“Sai, credo tu abbia ragione riguardo a noi umani, non siamo una specie così nobile come crediamo e mi dispiace che tu debba vivere nei nostri rifiuti e anche di averti tirato contro la mia borsa...”
Un singhiozzo interruppe il discorso, un'altra lacrima bagnò la sua guancia, ma poi proseguì:
“...n-non stavo gridando prima sai, io nemmeno parlo la tua lingua, questo è il modo in cui piango. Lo so, è un pianto strano, ma piango sempre così. Io piango sempre.”
Non sapendo cosa fare, il topo salì qualche gradino della scalinata e si piazzò tra i piedi della ragazza, inclinò ancora una volta il muso, dubbioso e toccato dalla tristezza della ragazza chiese:
“E perché piangi sempre? Non deve essere bello!”
La giovane abbozzò un sorriso che rimase solo alcuni istanti, poi di nuovo qualche lacrima, un singhiozzo, e quando si sentì pronta per parlare spiegò:
“No, non è bello, ma non posso farci niente...è colpa di mia madre e del nome che mi ha dato! Lacrima! Ti rendi conto? Mia madre mi ha chiamata Lacrima! Cos'altro potrei fare, se non piangere, con un nome così? Io le vedo le altre persone, capita anche a loro di piangere a volte, magari anche per cose stupide, come un regalo sbagliato al giorno del loro compleanno, o la scena di un film...ma almeno loro un motivo ce l'hanno, io no!”
Il topo ascoltò molto attentamente quel che Lacrima aveva da dirgli e appena lei ebbe finito di spiegare le poggiò una zampina sulla scarpa, quasi come fosse la mano messa sulla spalla di un amico che si vuole consolare. Sapeva però che quel tocco così leggero non sarebbe bastato a risollevare il morale così basso della ragazza, doveva dirgli quello che pensava, e lo fece:
“Oh, che sciocchezza mia cara! Solo perché ti hanno chiamata Lacrima non è detto tu debba passare la tua vita a piangere, se non è questo ciò che vuoi. Sai, a volte piangere è come togliersi un grosso peso di dosso, e io credo di sapere qual è il peso che ti porti dietro, è la paura!”
Lacrima cercò di capire di cosa il topo stesse parlando, ma non riuscendoci aggrottò le sopracciglia e lo interrogò:
“Paura? E di cosa avrei paura secondo te?”
Il roditore mostrò i suoi dentini in un sorriso, contento che la ragazza fosse disposta ad ascoltarlo, non gli capitava spesso di aiutare qualcuno e di poter sfoggiare la sua abilità di parlare umano nello stesso momento, quindi le disse:
“E' facile! Hai paura di essere te stessa! Credi che il tuo nome sia quello che tu sei, ma non è così! Il tuo nome è solo il modo con cui la gente ti chiama quando ha bisogno di te! Credi sia quello che sei solo perché è più facile sapere quello che devi fare quando sono gli altri a dirtelo...ma così mia cara...non sarai mai felice!”
Questa sorta di piccola rivelazione sembrò magicamente interrompere il flusso delle lacrime della ragazza, che dopo ancora un paio di singhiozzi chiese:
“Se credi che sia davvero così, cosa dovrei fare? Se smettessi di piangere cos'altro potrei fare?”
Il topo scosse la testa, poi si decise che doveva far capire a Lacrima che il modo in cui lei stava spendendo il tempo della sua vita non andava più bene, allora esclamò:
“Devi ascoltarti! Sai, anche quando siamo solo, in realtà, siamo sempre in due: c'è quello che siamo, e c'è quello che vogliamo diventare! Tu fino a questa notte hai sempre ascoltato il rumore dei tuoi singhiozzi e delle lacrime che cadevano sul pavimento...ecco, questo è quello che sei adesso...prova ad ascoltare la persona che vorresti diventare, senti quello che quella persona ha da dirti e segui i suoi consigli!”
Lacrima interruppe perfino il suo singhiozzare, le parole del topo avevano senso nella sua mente, e cominciò a sentire anche un'altra voce, la sua, o meglio, della persona che voleva diventare!
“Lacrima, finalmente hai smesso di piangere! Ce ne hai messo di tempo! Era da tanto che volevo parlarti ma eri sempre triste e non sapevo mai come avvicinarmi a te! Non è facile sai, parlare con una persona che piange, hai sempre paura di peggiorare le cose. Comunque ho da dirti solo poche cose, so che quello che sei non ti piace ma non devi decidere adesso quel che diventerai, ma devi promettermi che in ogni giorno che avrai la fortuna di vedere, cercherai di non rifugiarti nei fiumi di lacrime e nel ritmo del tuo singhiozzo, perché vedi, il mondo non aspetta chi resta fermo. Hai mille strade da percorrere e con impegno e costanza potrai diventare qualsiasi cosa tu voglia...”
Lacrima si ascoltò a lungo, fino al sorgere del sole. Quando smise di parlare con la persona che voleva diventare cercò con lo sguardo il topo, voleva ringraziarlo, ma non lo trovò, era sparito lasciandole un grande regalo: la consapevolezza che anche lo squittio più debole, se ascoltato, può trasformarsi in una forte voce.
Da quella lunga notte, e per ogni notte d'estate che seguì, quando la luna era alta nel cielo, nella città di Lacrima si sentirono solo i canti degli insetti, la brezza tra le foglie e i passi di qualche viandante.
“Aaaaaaah!Un topo! Che schifo! Un topo!”
A questo punto afferrò la borsa che aveva di fianco e, presa dal terrore, la scagliò in direzione del roditore.
“Vattene via! Topo schifoso!”
Disse mentre la borsa lasciava la sua mano, nella speranza che lo colpisse in pieno. Ma lo mancò, e il topo, con piccoli saltelli, si avvicinava sempre di più. La ragazza era pietrificata, tanta era la paura che l'unica parte di lei che si muoveva erano le lacrime le che scendevano lungo il viso. Quando fu abbastanza vicino, il piccolo roditore si fermò, si pulì il viso con le sue piccole manine, guardò la ragazza negli occhi e, con tono indispettito disse:
“Io vengo qui dopo averti sentito gridare, voglio aiutarti e te cosa fai? Mi insulti e cerchi di colpirmi? Sai che se mi avessi preso mi avresti fatto molto molto male? Forse ne potevo anche morire! Eh no ragazza mia, non ci siamo proprio! Che ti ho fatto di male io per meritarmi tutto questo odio?”
Per un attimo la ragazza trattenne il fiato, sgranò gli occhi e tentò più volte di rispondere a quella domanda, ma la sorpresa era troppa. Dopo qualche altro tentativo disse, quassi sussurrando:
“T-tu...parli?”
Il topo si interrogò su quella domanda, inclinò il musetto da un lato e perplesso rispose:
“Perché tu no? Quasi tutti parliamo se abbiamo qualcosa da dire! Anzi spesso parla anche chi non ha niente da dire!”
Poi prese un lungo respiro, come se avesse capito qualcosa e continuò:
“Aaah, ma tu intendi dire che parlo la tua lingua! Beh si, ho studiato io, non sono mica un criceto che se ne sta tappato nella sua gabbietta e corre solo sulla sua ruota di plastica, io sono un topo di mondo!”
Sempre meno convinta di ciò che le stesse accadendo, la ragazza si stropicciò gli occhi e si asciugò le lacrime ripetendosi sottovoce:
“No, non può essere...no...dai non è possibile”
Il topo fece un altro piccolo saltello in avanti, e un altro ancora:
“Oh si che è possibile mia cara! E devi ancora rispondere alla mia domanda, tra l'altro, perché hai tentato di uccidermi? E perché gridavi in quel modo?”
Lei vedendolo avvicinarsi si tirò un po' indietro, la paura stava passando, tuttavia non voleva andarsene. Sebbene i topi non le piacessero molto non capita tutti i giorni di avere a che fare con uno di loro che parla la tua lingua. Prese quindi coraggio e, ancora a bassa voce, disse:
“Tu mi hai spaventata! E poi ho il terrore dei topi! Siete sporchi e portate malattie! Quindi non ti avvicinare ancora!”
Infastidito dalle parole della giovane umana, il topo si alzò su due zampe e con tono severo spiegò:
“Io sarei quello sporco? Vero, io vivo in una fogna! Ma sai di chi è tutta la sporcizia che c'è là sotto? Di voi umani! Quindi fammi il favore di non trattarmi come se fossi io quello cattivo!”
Fece una pausa, voleva che la ragazza pensasse alle sue parole, poi continuò
“E comunque non mi hai ancora detto cosa avevi da gridare...”
Sebbene l'umana avesse cercato di mandarlo via bruscamente, il topo era un topo buono, e voleva davvero provare ad aiutarla, se ne fosse stato in grado.
Al sentire di quelle parole, la ragazza si sentì in colpa e fissò il gradino sul quale poggiavano i suoi piedi, rimase in silenzio per qualche secondo e poi, rialzando lo sguardo verso il musetto del roditore disse:
“Sai, credo tu abbia ragione riguardo a noi umani, non siamo una specie così nobile come crediamo e mi dispiace che tu debba vivere nei nostri rifiuti e anche di averti tirato contro la mia borsa...”
Un singhiozzo interruppe il discorso, un'altra lacrima bagnò la sua guancia, ma poi proseguì:
“...n-non stavo gridando prima sai, io nemmeno parlo la tua lingua, questo è il modo in cui piango. Lo so, è un pianto strano, ma piango sempre così. Io piango sempre.”
Non sapendo cosa fare, il topo salì qualche gradino della scalinata e si piazzò tra i piedi della ragazza, inclinò ancora una volta il muso, dubbioso e toccato dalla tristezza della ragazza chiese:
“E perché piangi sempre? Non deve essere bello!”
La giovane abbozzò un sorriso che rimase solo alcuni istanti, poi di nuovo qualche lacrima, un singhiozzo, e quando si sentì pronta per parlare spiegò:
“No, non è bello, ma non posso farci niente...è colpa di mia madre e del nome che mi ha dato! Lacrima! Ti rendi conto? Mia madre mi ha chiamata Lacrima! Cos'altro potrei fare, se non piangere, con un nome così? Io le vedo le altre persone, capita anche a loro di piangere a volte, magari anche per cose stupide, come un regalo sbagliato al giorno del loro compleanno, o la scena di un film...ma almeno loro un motivo ce l'hanno, io no!”
Il topo ascoltò molto attentamente quel che Lacrima aveva da dirgli e appena lei ebbe finito di spiegare le poggiò una zampina sulla scarpa, quasi come fosse la mano messa sulla spalla di un amico che si vuole consolare. Sapeva però che quel tocco così leggero non sarebbe bastato a risollevare il morale così basso della ragazza, doveva dirgli quello che pensava, e lo fece:
“Oh, che sciocchezza mia cara! Solo perché ti hanno chiamata Lacrima non è detto tu debba passare la tua vita a piangere, se non è questo ciò che vuoi. Sai, a volte piangere è come togliersi un grosso peso di dosso, e io credo di sapere qual è il peso che ti porti dietro, è la paura!”
Lacrima cercò di capire di cosa il topo stesse parlando, ma non riuscendoci aggrottò le sopracciglia e lo interrogò:
“Paura? E di cosa avrei paura secondo te?”
Il roditore mostrò i suoi dentini in un sorriso, contento che la ragazza fosse disposta ad ascoltarlo, non gli capitava spesso di aiutare qualcuno e di poter sfoggiare la sua abilità di parlare umano nello stesso momento, quindi le disse:
“E' facile! Hai paura di essere te stessa! Credi che il tuo nome sia quello che tu sei, ma non è così! Il tuo nome è solo il modo con cui la gente ti chiama quando ha bisogno di te! Credi sia quello che sei solo perché è più facile sapere quello che devi fare quando sono gli altri a dirtelo...ma così mia cara...non sarai mai felice!”
Questa sorta di piccola rivelazione sembrò magicamente interrompere il flusso delle lacrime della ragazza, che dopo ancora un paio di singhiozzi chiese:
“Se credi che sia davvero così, cosa dovrei fare? Se smettessi di piangere cos'altro potrei fare?”
Il topo scosse la testa, poi si decise che doveva far capire a Lacrima che il modo in cui lei stava spendendo il tempo della sua vita non andava più bene, allora esclamò:
“Devi ascoltarti! Sai, anche quando siamo solo, in realtà, siamo sempre in due: c'è quello che siamo, e c'è quello che vogliamo diventare! Tu fino a questa notte hai sempre ascoltato il rumore dei tuoi singhiozzi e delle lacrime che cadevano sul pavimento...ecco, questo è quello che sei adesso...prova ad ascoltare la persona che vorresti diventare, senti quello che quella persona ha da dirti e segui i suoi consigli!”
Lacrima interruppe perfino il suo singhiozzare, le parole del topo avevano senso nella sua mente, e cominciò a sentire anche un'altra voce, la sua, o meglio, della persona che voleva diventare!
“Lacrima, finalmente hai smesso di piangere! Ce ne hai messo di tempo! Era da tanto che volevo parlarti ma eri sempre triste e non sapevo mai come avvicinarmi a te! Non è facile sai, parlare con una persona che piange, hai sempre paura di peggiorare le cose. Comunque ho da dirti solo poche cose, so che quello che sei non ti piace ma non devi decidere adesso quel che diventerai, ma devi promettermi che in ogni giorno che avrai la fortuna di vedere, cercherai di non rifugiarti nei fiumi di lacrime e nel ritmo del tuo singhiozzo, perché vedi, il mondo non aspetta chi resta fermo. Hai mille strade da percorrere e con impegno e costanza potrai diventare qualsiasi cosa tu voglia...”
Lacrima si ascoltò a lungo, fino al sorgere del sole. Quando smise di parlare con la persona che voleva diventare cercò con lo sguardo il topo, voleva ringraziarlo, ma non lo trovò, era sparito lasciandole un grande regalo: la consapevolezza che anche lo squittio più debole, se ascoltato, può trasformarsi in una forte voce.
Da quella lunga notte, e per ogni notte d'estate che seguì, quando la luna era alta nel cielo, nella città di Lacrima si sentirono solo i canti degli insetti, la brezza tra le foglie e i passi di qualche viandante.
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