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mercoledì 8 febbraio 2012

Lacrima e il topo (favola moderna)


Era una notte d'estate come molte altre se ne erano viste, il rumore delle cicale dagli alberi ai lati delle strade inondava il silenzio della città, un leggero vento rinfrescava le poche persone sparse tra le vie e i vicoli. Ad un tratto però, proprio in uno di questi vicoli, si sentì un nuovo rumore che non aveva nulla a che fare con la brezza che passa tra le foglie degli alberi o col canto di qualche insetto, sembrava uno squittio a singhiozzi. Sulla scalinata di una palazzina c'era, seduta col viso coperto dalle mani e illuminata da un lampioncino, una ragazza. Era da lei che veniva quel suono, era il suo pianto acuto quel che si sentiva. Non passò molto tempo prima che a quello squittio venisse data una risposta.
Dalla grata sotto la grondaia della palazzina, che portava l'acqua piovana alla fogna, infatti, uscì ben presto un topo che, avendo sentito qualcuno gridare nella sua lingua, si precipitò a dargli aiuto.
La ragazza però non cercava aiuto, almeno non da un topo sporco e puzzolente e, appena lo vide, con gli occhi colmi di lacrime, spaventata e disgustata, balzò indietro e urlò:
“Aaaaaaah!Un topo! Che schifo! Un topo!”
A questo punto afferrò la borsa che aveva di fianco e, presa dal terrore, la scagliò in direzione del roditore.
“Vattene via! Topo schifoso!”
Disse mentre la borsa lasciava la sua mano, nella speranza che lo colpisse in pieno. Ma lo mancò, e il topo, con piccoli saltelli, si avvicinava sempre di più. La ragazza era pietrificata, tanta era la paura che l'unica parte di lei che si muoveva erano le lacrime le che scendevano lungo il viso. Quando fu abbastanza vicino, il piccolo roditore si fermò, si pulì il viso con le sue piccole manine, guardò la ragazza negli occhi e, con tono indispettito disse:
“Io vengo qui dopo averti sentito gridare, voglio aiutarti e te cosa fai? Mi insulti e cerchi di colpirmi? Sai che se mi avessi preso mi avresti fatto molto molto male? Forse ne potevo anche morire! Eh no ragazza mia, non ci siamo proprio! Che ti ho fatto di male io per meritarmi tutto questo odio?”
Per un attimo la ragazza trattenne il fiato, sgranò gli occhi e tentò più volte di rispondere a quella domanda, ma la sorpresa era troppa. Dopo qualche altro tentativo disse, quassi sussurrando:
“T-tu...parli?”
Il topo si interrogò su quella domanda, inclinò il musetto da un lato e perplesso rispose:
“Perché tu no? Quasi tutti parliamo se abbiamo qualcosa da dire! Anzi spesso parla anche chi non ha niente da dire!”
Poi prese un lungo respiro, come se avesse capito qualcosa e continuò:
“Aaah, ma tu intendi dire che parlo la tua lingua! Beh si, ho studiato io, non sono mica un criceto che se ne sta tappato nella sua gabbietta e corre solo sulla sua ruota di plastica, io sono un topo di mondo!”
Sempre meno convinta di ciò che le stesse accadendo, la ragazza si stropicciò gli occhi e si asciugò le lacrime ripetendosi sottovoce:
“No, non può essere...no...dai non è possibile”
Il topo fece un altro piccolo saltello in avanti, e un altro ancora:
“Oh si che è possibile mia cara! E devi ancora rispondere alla mia domanda, tra l'altro, perché hai tentato di uccidermi? E perché gridavi in quel modo?”
Lei vedendolo avvicinarsi si tirò un po' indietro, la paura stava passando, tuttavia non voleva andarsene. Sebbene i topi non le piacessero molto non capita tutti i giorni di avere a che fare con uno di loro che parla la tua lingua. Prese quindi coraggio e, ancora a bassa voce, disse:
“Tu mi hai spaventata! E poi ho il terrore dei topi! Siete sporchi e portate malattie! Quindi non ti avvicinare ancora!”
Infastidito dalle parole della giovane umana, il topo si alzò su due zampe e con tono severo spiegò:
“Io sarei quello sporco? Vero, io vivo in una fogna! Ma sai di chi è tutta la sporcizia che c'è là sotto? Di voi umani! Quindi fammi il favore di non trattarmi come se fossi io quello cattivo!”
Fece una pausa, voleva che la ragazza pensasse alle sue parole, poi continuò
“E comunque non mi hai ancora detto cosa avevi da gridare...”
Sebbene l'umana avesse cercato di mandarlo via bruscamente, il topo era un topo buono, e voleva davvero provare ad aiutarla, se ne fosse stato in grado.
Al sentire di quelle parole, la ragazza si sentì in colpa e fissò il gradino sul quale poggiavano i suoi piedi, rimase in silenzio per qualche secondo e poi, rialzando lo sguardo verso il musetto del roditore disse:
“Sai, credo tu abbia ragione riguardo a noi umani, non siamo una specie così nobile come crediamo e mi dispiace che tu debba vivere nei nostri rifiuti e anche di averti tirato contro la mia borsa...”
Un singhiozzo interruppe il discorso, un'altra lacrima bagnò la sua guancia, ma poi proseguì:
“...n-non stavo gridando prima sai, io nemmeno parlo la tua lingua, questo è il modo in cui piango. Lo so, è un pianto strano, ma piango sempre così. Io piango sempre.”
Non sapendo cosa fare, il topo salì qualche gradino della scalinata e si piazzò tra i piedi della ragazza, inclinò ancora una volta il muso, dubbioso e toccato dalla tristezza della ragazza chiese:
“E perché piangi sempre? Non deve essere bello!”
La giovane abbozzò un sorriso che rimase solo alcuni istanti, poi di nuovo qualche lacrima, un singhiozzo, e quando si sentì pronta per parlare spiegò:
“No, non è bello, ma non posso farci niente...è colpa di mia madre e del nome che mi ha dato! Lacrima! Ti rendi conto? Mia madre mi ha chiamata Lacrima! Cos'altro potrei fare, se non piangere, con un nome così? Io le vedo le altre persone, capita anche a loro di piangere a volte, magari anche per cose stupide, come un regalo sbagliato al giorno del loro compleanno, o la scena di un film...ma almeno loro un motivo ce l'hanno, io no!”
Il topo ascoltò molto attentamente quel che Lacrima aveva da dirgli e appena lei ebbe finito di spiegare le poggiò una zampina sulla scarpa, quasi come fosse la mano messa sulla spalla di un amico che si vuole consolare. Sapeva però che quel tocco così leggero non sarebbe bastato a risollevare il morale così basso della ragazza, doveva dirgli quello che pensava, e lo fece:
“Oh, che sciocchezza mia cara!
Solo perché ti hanno chiamata Lacrima non è detto tu debba passare la tua vita a piangere, se non è questo ciò che vuoi. Sai, a volte piangere è come togliersi un grosso peso di dosso, e io credo di sapere qual è il peso che ti porti dietro, è la paura!”
Lacrima cercò di capire di cosa il topo stesse parlando, ma non riuscendoci aggrottò le sopracciglia e lo interrogò:
“Paura? E di cosa avrei paura secondo te?”
Il roditore mostrò i suoi dentini in un sorriso, contento che la ragazza fosse disposta ad ascoltarlo, non gli capitava spesso di aiutare qualcuno e di poter sfoggiare la sua abilità di parlare umano nello stesso momento, quindi le disse:
“E' facile! Hai paura di essere te stessa! Credi che il tuo nome sia quello che tu sei, ma non è così! Il tuo nome è solo il modo con cui la gente ti chiama quando ha bisogno di te! Credi sia quello che sei solo perché è più facile sapere quello che devi fare quando sono gli altri a dirtelo...ma così mia cara...non sarai mai felice!”
Questa sorta di piccola rivelazione sembrò magicamente interrompere il flusso delle lacrime della ragazza, che dopo ancora un paio di singhiozzi chiese:
“Se credi che sia davvero così, cosa dovrei fare? Se smettessi di piangere cos'altro potrei fare?”
Il topo scosse la testa, poi si decise che doveva far capire a Lacrima che il modo in cui lei stava spendendo il tempo della sua vita non andava più bene, allora esclamò:
“Devi ascoltarti! Sai, anche quando siamo solo, in realtà, siamo sempre in due: c'è quello che siamo, e c'è quello che vogliamo diventare! Tu fino a questa notte hai sempre ascoltato il rumore dei tuoi singhiozzi e delle lacrime che cadevano sul pavimento...ecco, questo è quello che sei adesso...prova ad ascoltare la persona che vorresti diventare, senti quello che quella persona ha da dirti e segui i suoi consigli!”
Lacrima interruppe perfino il suo singhiozzare, le parole del topo avevano senso nella sua mente, e cominciò a sentire anche un'altra voce, la sua, o meglio, della persona che voleva diventare!
“Lacrima, finalmente hai smesso di piangere! Ce ne hai messo di tempo! Era da tanto che volevo parlarti ma eri sempre triste e non sapevo mai come avvicinarmi a te! Non è facile sai, parlare con una persona che piange, hai sempre paura di peggiorare le cose. Comunque ho da dirti solo poche cose, so che quello che sei non ti piace ma non devi decidere adesso quel che diventerai, ma devi promettermi che in ogni giorno che avrai la fortuna di vedere, cercherai di non rifugiarti nei fiumi di lacrime e nel ritmo del tuo singhiozzo, perché vedi, il mondo non aspetta chi resta fermo. Hai mille strade da percorrere e con impegno e costanza potrai diventare qualsiasi cosa tu voglia...”
Lacrima si ascoltò a lungo, fino al sorgere del sole. Quando smise di parlare con la persona che voleva diventare cercò con lo sguardo il topo, voleva ringraziarlo, ma non lo trovò, era sparito lasciandole un grande regalo: la consapevolezza che anche lo squittio più debole, se ascoltato, può trasformarsi in una forte voce.
Da quella lunga notte, e per ogni notte d'estate che seguì, quando la luna era alta nel cielo, nella città di Lacrima si sentirono solo i canti degli insetti, la brezza tra le foglie e i passi di qualche viandante.

venerdì 3 febbraio 2012

La rivolta di Kruger (una favola tratta da una storia vera)


Molto tempo fa, nella caldissima savana, c'era un regno vasto e popoloso chiamato Kruger.
I sovrani incontrastati della zona erano i feroci leoni. Essi comandavano tutte le altre creature che vivevano in quella terra, poco importava che fossero gazzelle, iene, giraffe, bufali o coccodrilli, quel che interessava loro era avere potere su ogni altro essere. La prima preoccupazione dei leoni era quella di mangiare, come tutti del resto, ma invece di cacciare il necessario, spesso i re di Kruger cacciavano più di quanto avessero bisogno, lasciando dietro di loro nient'altro che ossa spolpate.
Capitava non di rado che più di un cucciolo venisse sottratto alle loro madri e venisse mangiato davanti ai loro occhi, ed esse, impotenti e addolorate bagnavano l'arido terreno con le loro lacrime.
Un giorno però i bufali, in grande segreto, si riunirono. Loro erano tra i più forti e pericolosi animali della savana, la loro grandezza e le loro corna appuntite li rendevano degli avversari temibili. La possente stazza da sola, tuttavia, non sarebbe mai bastata per affrontare e sconfiggere i famelici felini. La natura bonaria e remissiva dei bufali li rendeva ottime prede e, per vincere contro i leoni, avrebbero dovuto cambiarla.
Tutte le famiglie di bufali parteciparono alla riunione e discussero a lungo sul da farsi, nessuno sopportava più i soprusi che i sovrani li costringevano a subire. Dopo molte ore di acceso dibattito decisero che la cosa più sensata da fare fosse tendere un'imboscata alla famiglia reale che veniva giornalmente a riscuotere il loro bottino di carne.
Pianificarono la trappola con molta cura, la famiglia dei Piedilesti, che tra tutte le famiglie era la più veloce nella corsa, avrebbe fatto da esca: si sarebbero fatti vedere, madre, padre e cucciolo, soli, in mezzo alla valle e, all'avvicinarsi dei leoni, sarebbero fuggiti in direzione degli alberi, dove si nascondevano tutte le altre famiglie di bufali, pronti a dare una lezione ai prepotenti regnanti.
L'alba era sorta già da tempo e il sole, ormai alto nel cielo, diffondeva nell'aria un calore intenso. Il piano andava messo in atto in quell'istante e così fu. I piedi lesti camminavano da soli nella savana, in direzione del laghetto che vi era posto al centro, nei pressi del quale cinque leonesse attendevano il loro arrivo.
Siamo venuti a pagare il nostro tributo ai sovrani del regno, vostra altezza!”
Disse con falsa aria sottomessa papà Piedilesti, non appena fosse abbastanza vicino da poter far udire la sua voce.
“Direi che ci avete fatto aspettare fin troppo tempo, misero bufalo!”
Ringhiò in risposta la più anziana delle leonesse.
“Non vi sembra irrispettoso che noi, felini dal sangue blu dobbiamo perfino attendere i vostri comodi, oltre che essere costrette a rivolgervi la parola? Ma fortunatamente questo non si ripeterà più, questi sono i vostri ultimi minuti prima che la vostra carne arrivi ai nostri stomaci!”
Continuò altezzosa un'altra.
“Credo che voi siate in torto, infide assassine, noi vedremo sorgere il sole ancora molte volte e se così non fosse...beh...dovrete faticare molto per avere la nostra carne!”
Ribatté coraggioso Piedilesti che, al termine di questa frase gettò uno sguardo alla moglie, uno al figlio, e annuì per poi gridare:
“FUGGIAMO!ORA!”
In un turbine di paura e orgoglio, quella frase gettò i bufali in una corsa sfrenata per la sopravvivenza, e le leonesse, basite e offese da quel gesto irriverente, si lanciarono nell'inseguimento.
La corsa durò però poco. Il piccolo Piedilesti infatti, confuso dalla paura, corse in una direzione diversa da quella stabilita, e venne ben presto sopraffatto dagli artigli e dalle zanne delle abili inseguitrici. Il grido del piccolo arrestò la fuga dei genitori che, voltandosi, videro il corpo del loro unico figlio sovrastato dalle cinque leonesse che continuavano, ormai in possedute dalla più cieca furia, a graffiarlo e a morderlo. C'era una sola cosa da fare: combattere per vendicare quella violenza!
Fu così che i Piedilesti, combattendo la loro natura di preda e traendo forza dall'amore per il proprio piccolo, marciarono in direzione delle regine di Kruger. Non erano soli, il grido del giovane bufalo fu così forte che giunse all'orecchio delle altre famiglie nascoste tra gli alberi, le quali, non appena lo udirono si gettarono alla carica, organizzandosi in ranghi compatti. Quell'esercito contava decine e decine di corna affilate e possenti zoccoli e si arrestò solo a pochi metri dalle leonesse.
Quest'ultime, incredule e terrorizzate, non poterono fare altro che difendere il loro bottino ringhiando e mostrando i loro grandi denti puntuti.
Dalle file dell'esercito, i meno intimoriti si fecero avanti affrontando le cacciatrici delle quali una fuggì colta dal panico e un'altra venne colpita da un'incornata. Lo scontro era davvero iniziato.
Poco a poco i bufali riuscirono a disperdere le leonesse una ad una, a difendere la propria preda rimase solo la più anziana tra loro, ma era debole e stanca. Il piccolo Piedilesti era ancora tra le sue grinfie, ma adesso aveva la forza di rialzarsi, con lo stupore di tutti coloro che lo avevano creduto morto. Non appena il cucciolo rientrò nella mandria l'ultima delle regine rimaste, vedendosi sconfitta si diede alla fuga.
Fu così che quel giorno gli abitanti di Kruger diedero vita alla più grande rivolta della storia, quella contro la natura che li voleva sempre vittime innocenti.
Grazie a quell'evento, il mondo seppe che chi comanda deve chiedere sempre il giusto, mai di più;
imparò che i deboli e i poveri sono deboli e poveri solo da soli, e che è meglio non scoprire di cosa siano capaci quando si uniscono per una causa comune, per combattere le ingiustizie; capì che la natura è immutabile solo se si accetta che lo sia, e che è possibile cambiarla se abbiamo i giusti motivi, che sia la semplice voglia di farlo o l'amore incondizionato di un genitore per un figlio.