martedì 21 agosto 2012

Genesi della realtà interna

L'esperienza della realtà è spesso associata a ciò che viviamo passivamente, a ciò che ci circonda e che sia sensibilmente misurabile.
Il nostro corpo, quello delle persone attorno a noi, il sole, il vento, le parole e la penna con la quale vengono scritte: reale. senza dubbio. E le idee? i pensieri? reali?
Probabilmente l'univocità tarderà a palesarsi nel tentativo di dare una risposta chiara e definitiva a questa domanda. Kurt Lewin disse: "reale è tutto ciò che ha un effetto", ma la definizione stessa di "effetto" è scarsamente accostabile ad un'universalità di significato. Se assumiamo per vero il suo significato più popolare, ovvero che a seguito di un evento l'effetto sia un fenomeno in grado di deviare, generandone una nuova, la fontana di successivi eventi che sarebbero seguiti se l'evento primo non si fosse verificato, allora ci accorgiamo che le idee, i pensieri e le emozioni sono tanto reali quanto la luce o il calore. 
Un esempio chiarificatore che mi viene in mente (dai ricordi della mia infanzia) è quello di un bambino che, all'ora di andare a dormire, viene colto da ansia e panico poiché teme che nel buio della camera da letto si annidino mostri e fantasmi. Questa forte paura devia il corso degli eventi base creando una nuova fontana di eventi che coinvolge non solo il bambino (che origina l'effetto e, conseguenzialmente, la nuova realtà, una realtà interna a lui) ma anche coloro che, per necessità o vicinanza, si trovano nell'area coperta dalla nuova realtà. Se la linea temporale di eventi base prevedeva che il bambino si sarebbe lavato i denti, avrebbe dato la buonanotte ai genitori, avesse spento la luce, si fosse messo a letto e si sarebbe addormentato, l'effetto generatore di una nuova realtà, ovvero la paura, devierà gli eventi in una nuova linea nella quale, presumibilmente, il bambino farà fatica ad addormentarsi, richiederà la vicinanza dei genitori e la luce accesa; nel caso di una crisi di panico scaturita dalla paura il disagio del bambino potrebbe sfociare nel pianto, che infastidirebbe i vicini. 
I genitori a questo punto probabilmente cercherebbero di spiegare al bambino che i mostri e i fantasmi non esistono, incontrando resistenza da parte del figlio che, proprio a causa dell'effetto della paura percepisce questi personaggi come entità concrete, in grado di spaventarlo. Sarebbe più giusto, e semplice, cercare di spiegargli, cercando di sopire la paura e non la convinzione che siano reali, che i mostri non potranno fargli del male e che non si faranno vedere.  
Da questo semplice, e sicuramente non eccellente esempio, è di poco più semplice dare uno sguardo che vada più in profondità su ciò che è definibile come reale e su quali sono le cose che influiscono sulla nostre azioni e sulla percezione che abbiamo del mondo.
La banalità di quanto fin qui è stato scritto potrebbe lasciare un'espressione di sufficienza o perfino sdegno sui volti di quanti abbiano avuto la pazienza di leggere, ma in giorni come questi, nel quale il mio limite tra reale e ideale sembra vacillare, ribadire i concetti più semplice alle persone che dedicano un po' del loro tempo a ciò che scrivo è una necessità che sento come viscerale. Specialmente vedendo in quanti danno per scontate queste piccole verità ignorandole, e subendone passivamente gli effetti

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