Notte fonda e vie deserte.
Le insegne dei compro oro
e gli abiti da sposa nelle vetrine.
Le vedo e sono lucido.
Le luci in lontananza degli edifici
che contengono anime,
anime sante e sacrileghe,
anime benigne o spregevoli,
Le vedo e sono lucido.
E di quelle anime scorgo
le pupille dilatate e la loro bellezza.
M'accorgo che l'amore
che provo per loro è stato soffocato.
A lungo celato il mio interesse
nelle loro voci
che raccontano le loro storie,
le loro vite e ciò che gli dà respiro.
La paura delle difficoltà
che si incontrano nel cammino
di chi ama mi hanno reso pavido.
Ma nella consapevolezza
ritrovo il mio vibrare,
il mio amare l'amare,
e ritorno nella mia pelle.
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mercoledì 13 aprile 2016
Metaemozione
mercoledì 4 febbraio 2015
Memorie di cenere
Fosti tu, per molto tempo.
a tessere i minuti di ogni mia ora.
Un piccolo ragno che avvelenava il giorno
con gocce di dolce voglia sottopelle.
E le settimane che spesi nel tuo profumo
mi intrappolarono nella tela accattivante
del tuo indomito, esoterico, spirito d'indaco.
Ricordo il crepitio del sangue nelle vene
che diveniva fuoco quando assaggiavo
con le dita la tua pelle d'argento e avorio.
Mi iniziasti alla morte e ai suoi piaceri
aspirando il mio respiro nel tuo
e recidendo la volontà d'essere libero.
Fosti tu, ancora una volta
a innescare gli spasmi dei miei orgasmi.
E di ogni pensiero che ardeva a fiamma viva
ne resta solo una memoria di cenere.
venerdì 13 dicembre 2013
Nodo Alla Gola (...un anno e mezzo dopo...)
È tornato, non come un lampo, ma come un vento che diventa uragano, che diventa tornado.
Quel senso opprimente alla gola che brucia, quell'ansia che non mi lascia mangiare, non mi lascia respirare né uscire né ridere.
Non so bene cosa sia successo, quali siano le sue cause, forse ha ragione lei. Forse l'idea di iniziare un nuovo percorso con nuovi volti davanti ai quali dovrò dare prestazioni. Forse questo mi inquieta, ma a tal punto?
Nella mia mente, o in quel che ne rimane si insinua ed espande il dubbio che ci sia "qualcosa d'altro", qualcosa di intrecciato e ancora non sciolto. Le vecchie ansie che mi porto dietro, il mettersi in contatto solo con i pensieri degli altri, il diventare ciò che le persone che ti sono vicine credono tu sia. Il dover essere all'altezza di tutti, a prescindere che lo pretendano o meno.
Il ricordo di mia nonna ridotta ad uno scheletro animato dall'ultimo soffio di vita e poi ancora il suo ricordo nella bara, il mio primo vero incontro con la morte, al quale mi ero preparato talmente bene da non starci male. Quel ricordo ora è una mano stretta con forza attorno alla laringe.
Anche l'idea di non dover mai lasciare nessuno deluso, l'incessante dare spiegazioni, giustificazioni o scuse inventate all'ultimo minuto mi hanno reso pavido nella scelta e nell'atto. Un'inseguitore di bandiera bianca.
L'idea di non essere capace a fare molto, e quel poco nel mucchio del resto, di farlo male.
L'idea che i sogni sono sogni e basta, "che tu il mondo vero non lo conosci e questa cosa mi preoccupa" come mi ripete mia madre dalla sua esperienza di orfana, sorella, moglie, madre e lavoratrice.
Valle a spiegare che il mondo non è uno ma è tanti quanti sono le paia di occhi che l'osservano, tanti quante sono le mani che lo toccano, i corpi che lo vivono e le menti che lo esperiscono.
Valle a spiegare che più cerco di dare un mio senso al mondo e più questo senso va a cozzare con quello di chi mi circonda e il disagio che ne consegue, valle a spiegare l'incomprensione che nasce negli sguardi di chi non vede quel che vedi tu, o, peggio ancora, quando sei tu a non vedere.
Quel senso di pura sospensione dell'agito in attesa che qualcosa dentro cambi, o che cambi fuori.
Col tempo ho capito che alcune mie percezioni sono alterate dalle mie ansie, dalle mie fobie sociali, dalla voglia insoddisfatta di riscattarmi. E non credete che sia per pigrizia o mancanza di forza di volontà che non abbia raggiunto i miei obbiettivi, le mie mete, i miei traguardi. È che a volte vedendo molti di voi non trovo più quella motivazione che spinge all'atto pratico. A che cazzo serve se devo scontrarmi con gente che non capisce un cazzo?
Poi c'è l'odio verso l'ultima frase che ho scritto, perché per quanto possa essere da saccente di merda è realmente quello che penso e provo ogni fottuto giorno che la vita mi offre.
Al contrario dell'anno scorso non ho più quel pensiero incessante di andarmene. Forse perché mia nonna dall'altra parte mi farebbe il culo, o forse perché ho capito l'importanza della vita a prescindere da quanto un periodo, più o meno lungo che sia, ti faccia stare di merda, con la faccia nel fango, annaspando per un po' d'aria. Io voglio vivere e vivere meglio, ma non mi è dato sapere come, per ora.
C'è chi mi lo aveva promesso in forma di pillole, e hanno fatto il loro effetto, salvo poi dover stringere i denti contro l'astinenza e cercare di tirare avanti senza, perché per quanto male possa stare, sono stato schiavo di persone, alcool, erba e tabacco...anche le pillole no cazzo...la venlafaxina infilatevela in culo.
Niente è più a portata di mano, si fatica per ogni cosa, per ogni boccone che mi sforzo di mandare giù in quel cazzo di buco stretto che ancora chiamo gola, ma che è diventata un carceriere. E la rabbia sale quando non ci riesco. La vedo crescere nel petto, quasi come una gravidanza dalle caratteristiche demoniache.
Non mi vedo neanche con una persona affianco, ve lo ricordate l'amore? Io sì, ma non lo potrei mettere in pratica ora e dubito che qualcuno voglia accollarsi il peso di un pazzo che alle due di notte ha scritto quello che state leggendo, ammesso che lo stiate leggendo.
Vittismo? può darsi. Ma è l'unico modo che ho per descrivere a me stesso quello che sento, rileggendolo, come l'avesse scritto qualcun altro, di voi, stavolta, batte cazzi.
Quel senso opprimente alla gola che brucia, quell'ansia che non mi lascia mangiare, non mi lascia respirare né uscire né ridere.
Non so bene cosa sia successo, quali siano le sue cause, forse ha ragione lei. Forse l'idea di iniziare un nuovo percorso con nuovi volti davanti ai quali dovrò dare prestazioni. Forse questo mi inquieta, ma a tal punto?
Nella mia mente, o in quel che ne rimane si insinua ed espande il dubbio che ci sia "qualcosa d'altro", qualcosa di intrecciato e ancora non sciolto. Le vecchie ansie che mi porto dietro, il mettersi in contatto solo con i pensieri degli altri, il diventare ciò che le persone che ti sono vicine credono tu sia. Il dover essere all'altezza di tutti, a prescindere che lo pretendano o meno.
Il ricordo di mia nonna ridotta ad uno scheletro animato dall'ultimo soffio di vita e poi ancora il suo ricordo nella bara, il mio primo vero incontro con la morte, al quale mi ero preparato talmente bene da non starci male. Quel ricordo ora è una mano stretta con forza attorno alla laringe.
Anche l'idea di non dover mai lasciare nessuno deluso, l'incessante dare spiegazioni, giustificazioni o scuse inventate all'ultimo minuto mi hanno reso pavido nella scelta e nell'atto. Un'inseguitore di bandiera bianca.
L'idea di non essere capace a fare molto, e quel poco nel mucchio del resto, di farlo male.
L'idea che i sogni sono sogni e basta, "che tu il mondo vero non lo conosci e questa cosa mi preoccupa" come mi ripete mia madre dalla sua esperienza di orfana, sorella, moglie, madre e lavoratrice.
Valle a spiegare che il mondo non è uno ma è tanti quanti sono le paia di occhi che l'osservano, tanti quante sono le mani che lo toccano, i corpi che lo vivono e le menti che lo esperiscono.
Valle a spiegare che più cerco di dare un mio senso al mondo e più questo senso va a cozzare con quello di chi mi circonda e il disagio che ne consegue, valle a spiegare l'incomprensione che nasce negli sguardi di chi non vede quel che vedi tu, o, peggio ancora, quando sei tu a non vedere.
Quel senso di pura sospensione dell'agito in attesa che qualcosa dentro cambi, o che cambi fuori.
Col tempo ho capito che alcune mie percezioni sono alterate dalle mie ansie, dalle mie fobie sociali, dalla voglia insoddisfatta di riscattarmi. E non credete che sia per pigrizia o mancanza di forza di volontà che non abbia raggiunto i miei obbiettivi, le mie mete, i miei traguardi. È che a volte vedendo molti di voi non trovo più quella motivazione che spinge all'atto pratico. A che cazzo serve se devo scontrarmi con gente che non capisce un cazzo?
Poi c'è l'odio verso l'ultima frase che ho scritto, perché per quanto possa essere da saccente di merda è realmente quello che penso e provo ogni fottuto giorno che la vita mi offre.
Al contrario dell'anno scorso non ho più quel pensiero incessante di andarmene. Forse perché mia nonna dall'altra parte mi farebbe il culo, o forse perché ho capito l'importanza della vita a prescindere da quanto un periodo, più o meno lungo che sia, ti faccia stare di merda, con la faccia nel fango, annaspando per un po' d'aria. Io voglio vivere e vivere meglio, ma non mi è dato sapere come, per ora.
C'è chi mi lo aveva promesso in forma di pillole, e hanno fatto il loro effetto, salvo poi dover stringere i denti contro l'astinenza e cercare di tirare avanti senza, perché per quanto male possa stare, sono stato schiavo di persone, alcool, erba e tabacco...anche le pillole no cazzo...la venlafaxina infilatevela in culo.
Niente è più a portata di mano, si fatica per ogni cosa, per ogni boccone che mi sforzo di mandare giù in quel cazzo di buco stretto che ancora chiamo gola, ma che è diventata un carceriere. E la rabbia sale quando non ci riesco. La vedo crescere nel petto, quasi come una gravidanza dalle caratteristiche demoniache.
Non mi vedo neanche con una persona affianco, ve lo ricordate l'amore? Io sì, ma non lo potrei mettere in pratica ora e dubito che qualcuno voglia accollarsi il peso di un pazzo che alle due di notte ha scritto quello che state leggendo, ammesso che lo stiate leggendo.
Vittismo? può darsi. Ma è l'unico modo che ho per descrivere a me stesso quello che sento, rileggendolo, come l'avesse scritto qualcun altro, di voi, stavolta, batte cazzi.
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martedì 21 agosto 2012
Gli amanti della Luna
Monumenti di emotivo scorrere,
di malinconico assedio e solitario pallore,
specchi di inconsapevole empatia umana
che si regalano riflessi di immutabile sguardo vivo.
Compagni della notturna madre della vita
che di essa si ungono lo spirito
rifuggendo dall'astro che illumina,
nel riprovevole mattino,
esclusivamente il palese e,
proiettando distese di densa
e sanguinante ombra,
nasconde gli effetti di occulti eventi e
inespresse esperienze.
La falce del cielo che venerano
recide il germoglio dell'inconsapevolezza
nel reale e dal reale
riemerge l'inabissato.
di malinconico assedio e solitario pallore,
specchi di inconsapevole empatia umana
che si regalano riflessi di immutabile sguardo vivo.
Compagni della notturna madre della vita
che di essa si ungono lo spirito
rifuggendo dall'astro che illumina,
nel riprovevole mattino,
esclusivamente il palese e,
proiettando distese di densa
e sanguinante ombra,
nasconde gli effetti di occulti eventi e
inespresse esperienze.
La falce del cielo che venerano
recide il germoglio dell'inconsapevolezza
nel reale e dal reale
riemerge l'inabissato.
Genesi della realtà interna
L'esperienza della realtà è spesso associata a ciò che viviamo passivamente, a ciò che ci circonda e che sia sensibilmente misurabile.
Il nostro corpo, quello delle persone attorno a noi, il sole, il vento, le parole e la penna con la quale vengono scritte: reale. senza dubbio. E le idee? i pensieri? reali?
Probabilmente l'univocità tarderà a palesarsi nel tentativo di dare una risposta chiara e definitiva a questa domanda. Kurt Lewin disse: "reale è tutto ciò che ha un effetto", ma la definizione stessa di "effetto" è scarsamente accostabile ad un'universalità di significato. Se assumiamo per vero il suo significato più popolare, ovvero che a seguito di un evento l'effetto sia un fenomeno in grado di deviare, generandone una nuova, la fontana di successivi eventi che sarebbero seguiti se l'evento primo non si fosse verificato, allora ci accorgiamo che le idee, i pensieri e le emozioni sono tanto reali quanto la luce o il calore.
Un esempio chiarificatore che mi viene in mente (dai ricordi della mia infanzia) è quello di un bambino che, all'ora di andare a dormire, viene colto da ansia e panico poiché teme che nel buio della camera da letto si annidino mostri e fantasmi. Questa forte paura devia il corso degli eventi base creando una nuova fontana di eventi che coinvolge non solo il bambino (che origina l'effetto e, conseguenzialmente, la nuova realtà, una realtà interna a lui) ma anche coloro che, per necessità o vicinanza, si trovano nell'area coperta dalla nuova realtà. Se la linea temporale di eventi base prevedeva che il bambino si sarebbe lavato i denti, avrebbe dato la buonanotte ai genitori, avesse spento la luce, si fosse messo a letto e si sarebbe addormentato, l'effetto generatore di una nuova realtà, ovvero la paura, devierà gli eventi in una nuova linea nella quale, presumibilmente, il bambino farà fatica ad addormentarsi, richiederà la vicinanza dei genitori e la luce accesa; nel caso di una crisi di panico scaturita dalla paura il disagio del bambino potrebbe sfociare nel pianto, che infastidirebbe i vicini.
I genitori a questo punto probabilmente cercherebbero di spiegare al bambino che i mostri e i fantasmi non esistono, incontrando resistenza da parte del figlio che, proprio a causa dell'effetto della paura percepisce questi personaggi come entità concrete, in grado di spaventarlo. Sarebbe più giusto, e semplice, cercare di spiegargli, cercando di sopire la paura e non la convinzione che siano reali, che i mostri non potranno fargli del male e che non si faranno vedere.
Da questo semplice, e sicuramente non eccellente esempio, è di poco più semplice dare uno sguardo che vada più in profondità su ciò che è definibile come reale e su quali sono le cose che influiscono sulla nostre azioni e sulla percezione che abbiamo del mondo.
La banalità di quanto fin qui è stato scritto potrebbe lasciare un'espressione di sufficienza o perfino sdegno sui volti di quanti abbiano avuto la pazienza di leggere, ma in giorni come questi, nel quale il mio limite tra reale e ideale sembra vacillare, ribadire i concetti più semplice alle persone che dedicano un po' del loro tempo a ciò che scrivo è una necessità che sento come viscerale. Specialmente vedendo in quanti danno per scontate queste piccole verità ignorandole, e subendone passivamente gli effetti
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