mercoledì 22 febbraio 2012
Stato d'ansia (monologo)
Mai stato uno di successo io. Mai.
È il passaggio da azione a idea che proprio non mi riesce. Non mi è proprio mai stato facile; anche quando sapevo di potercela fare, magari anche facilmente, c'era sempre qualcosa che mi bloccava. Qualcosa che da dentro mi metteva le mani sul petto e mi sussurrava all'orecchio "Non fare cazzate, che le paghi care"
con voce minacciosa e che, al tempo stesso, ispirava fiducia, si faceva amare. Io le ho sempre dato ascolto, da quando ero bambino e ho perso molti dei treni che mi sono passati davanti, così, come se fossero pioggia in autunno.
Ho iniziato da piccolo e con piccole cose: "No, lo scivolo no! E se poi cado e mi faccio male?".
Non ho mai imparato ad andare in bicicletta per lo stesso motivo, e adesso ho paura di come, un giorno, lo spiegherò (semmai ne avrò) ai miei figli che verranno da me con gli occhi pieni di cieca fiducia trascinando una bici e mi chiederanno di togliergli le rotelle, perché ormai sono grandi e vogliono imparare ad andare senza limiti. Come spiegherò a loro che papà senza rotelle non c'è mai andato? Penseranno che sono ancora piccolo!
E forse è la realtà, forse sono talmente piccolo che mi sono lasciato dominare da quella voce, tanto da allontanare persone che amavo per paura di non saper gestire un rapporto. Come per la bici, per paura di farmi male cadendo. E così i percorsi non conclusi si sono accumulati, giorno dopo giorno.
E poi le persone che ti vogliono bene ti si avvicinano, preoccupati, e ti dicono: "Tranquillo, nessuno ti chiede di correre, raggiungi quello che puoi un giorno alla volta, noi ti saremo vicini". No, non funziona così!
A parte il fatto che il mio problema non è la corsa, è il primo passo. Poi credi davvero che i miei giorni siano il problema? Il problema è la notte, dove te ne rimani da solo con te stesso e ti rivedi in ogni puntata di ogni stupido telefilm che vedi per noia. Ti rivedi perfino nelle macchie sul muro, nella cenere delle sigarette e nel dolciastro odore di fumo d'erba che appesta le tende della tua camera. Ti riconosci in tutto, tranne che allo specchio. Perché per quanto i tuoi pensieri possano farti credere di essere quello che vedi, lo specchio non mente e quello che vedi sei tu: puramente, semplicemente e oggettivamente tu. Il problema è la notte perché non c'è nessuno né che ti parli né che ti tocchi. Nessuno che distolga l'attenzione da quella fottuta voce.
Ma io nonostante non abbia successo sono una persona fiduciosa, credo nel fatto che ogni singolo momento in cui ascolto me stesso, sputandomi in faccia sia la realtà che le mie illusioni, funga da maestro di vita. Una sorta di sensei Miyagi dell'autoconsapevolezza e autoattualizzazione spirituale e intellettiva.
La realtà è che vedendo chi mi circonda, chiamatela società, gente o popolo, la sostanza è la stessa; ecco, vedendo loro, anche se non ho successo non me ne faccio una colpa. Questa cultura vede come 'successo' non tanto quello che riesci a fare, come sai gestire gli eventi della tua vita, o raggiungere un certo livello di bellezza interiore. Il loro, spesso il nostro concetto di successo è contare gli zeri nella cifra del conto in banca per gli uomini, e prendere misure di fianchi, vita e tette per le donne.
A questo punto abbracciatelo pure il vostro successo, io mi tengo i sogni! Io mi tengo le mie favolette e storielle. Mi tengo la paura dei mostri e il non saper andare in bicicletta. Mi tengo i rapporti a metà. Mi tengo il credere all'amore vero e al 'vissero felici e contenti' perché anche se non è vero, li per lì, ci credi!
domenica 19 febbraio 2012
Questa notte...
Ci sono notti,
come quella che permea in me ora,
quelle che intorpidiscono i sensi e
amplificano i sapori,
in cui senti il tuo Io confondersi con l'universo
e sparirne al suo interno.
Come nuotare nei suoi abissi per cercare
tesori perduti da altre anime.
Queste notti le senti tue,
queste notti sono i traguardi mancati
e quelli vinti,
queste notti sono esse stesse brevi traguardi
di gloria, come fossimo eroi.
Questa notte sono paladino dei miei sogni,
senza spada né armatura,
qualcuno che combatte nel buio.
come quella che permea in me ora,
quelle che intorpidiscono i sensi e
amplificano i sapori,
in cui senti il tuo Io confondersi con l'universo
e sparirne al suo interno.
Come nuotare nei suoi abissi per cercare
tesori perduti da altre anime.
Queste notti le senti tue,
queste notti sono i traguardi mancati
e quelli vinti,
queste notti sono esse stesse brevi traguardi
di gloria, come fossimo eroi.
Questa notte sono paladino dei miei sogni,
senza spada né armatura,
qualcuno che combatte nel buio.
mercoledì 8 febbraio 2012
Lacrima e il topo (favola moderna)
Era
una notte d'estate come molte altre se ne erano viste, il rumore
delle cicale dagli alberi ai lati delle strade inondava il silenzio
della città, un leggero vento rinfrescava le poche persone sparse
tra le vie e i vicoli. Ad un tratto però, proprio in uno di questi
vicoli, si sentì un nuovo rumore che non aveva nulla a che fare con
la brezza che passa tra le foglie degli alberi o col canto di qualche
insetto, sembrava uno squittio a singhiozzi. Sulla scalinata di una
palazzina c'era, seduta col viso coperto dalle mani e illuminata da
un lampioncino, una ragazza. Era da lei che veniva quel suono, era il
suo pianto acuto quel che si sentiva. Non passò molto tempo prima
che a quello squittio venisse data una risposta.
Dalla grata sotto la grondaia della palazzina, che portava l'acqua piovana alla fogna, infatti, uscì ben presto un topo che, avendo sentito qualcuno gridare nella sua lingua, si precipitò a dargli aiuto.
Dalla grata sotto la grondaia della palazzina, che portava l'acqua piovana alla fogna, infatti, uscì ben presto un topo che, avendo sentito qualcuno gridare nella sua lingua, si precipitò a dargli aiuto.
La
ragazza però non cercava aiuto, almeno non da un topo sporco e
puzzolente e, appena lo vide, con gli occhi colmi di lacrime,
spaventata e disgustata, balzò indietro e urlò:
“Aaaaaaah!Un topo! Che schifo! Un topo!”
A questo punto afferrò la borsa che aveva di fianco e, presa dal terrore, la scagliò in direzione del roditore.
“Vattene via! Topo schifoso!”
Disse mentre la borsa lasciava la sua mano, nella speranza che lo colpisse in pieno. Ma lo mancò, e il topo, con piccoli saltelli, si avvicinava sempre di più. La ragazza era pietrificata, tanta era la paura che l'unica parte di lei che si muoveva erano le lacrime le che scendevano lungo il viso. Quando fu abbastanza vicino, il piccolo roditore si fermò, si pulì il viso con le sue piccole manine, guardò la ragazza negli occhi e, con tono indispettito disse:
“Io vengo qui dopo averti sentito gridare, voglio aiutarti e te cosa fai? Mi insulti e cerchi di colpirmi? Sai che se mi avessi preso mi avresti fatto molto molto male? Forse ne potevo anche morire! Eh no ragazza mia, non ci siamo proprio! Che ti ho fatto di male io per meritarmi tutto questo odio?”
Per un attimo la ragazza trattenne il fiato, sgranò gli occhi e tentò più volte di rispondere a quella domanda, ma la sorpresa era troppa. Dopo qualche altro tentativo disse, quassi sussurrando:
“T-tu...parli?”
Il topo si interrogò su quella domanda, inclinò il musetto da un lato e perplesso rispose:
“Perché tu no? Quasi tutti parliamo se abbiamo qualcosa da dire! Anzi spesso parla anche chi non ha niente da dire!”
Poi prese un lungo respiro, come se avesse capito qualcosa e continuò:
“Aaah, ma tu intendi dire che parlo la tua lingua! Beh si, ho studiato io, non sono mica un criceto che se ne sta tappato nella sua gabbietta e corre solo sulla sua ruota di plastica, io sono un topo di mondo!”
Sempre meno convinta di ciò che le stesse accadendo, la ragazza si stropicciò gli occhi e si asciugò le lacrime ripetendosi sottovoce:
“No, non può essere...no...dai non è possibile”
Il topo fece un altro piccolo saltello in avanti, e un altro ancora:
“Oh si che è possibile mia cara! E devi ancora rispondere alla mia domanda, tra l'altro, perché hai tentato di uccidermi? E perché gridavi in quel modo?”
Lei vedendolo avvicinarsi si tirò un po' indietro, la paura stava passando, tuttavia non voleva andarsene. Sebbene i topi non le piacessero molto non capita tutti i giorni di avere a che fare con uno di loro che parla la tua lingua. Prese quindi coraggio e, ancora a bassa voce, disse:
“Tu mi hai spaventata! E poi ho il terrore dei topi! Siete sporchi e portate malattie! Quindi non ti avvicinare ancora!”
Infastidito dalle parole della giovane umana, il topo si alzò su due zampe e con tono severo spiegò:
“Io sarei quello sporco? Vero, io vivo in una fogna! Ma sai di chi è tutta la sporcizia che c'è là sotto? Di voi umani! Quindi fammi il favore di non trattarmi come se fossi io quello cattivo!”
Fece una pausa, voleva che la ragazza pensasse alle sue parole, poi continuò
“E comunque non mi hai ancora detto cosa avevi da gridare...”
Sebbene l'umana avesse cercato di mandarlo via bruscamente, il topo era un topo buono, e voleva davvero provare ad aiutarla, se ne fosse stato in grado.
Al sentire di quelle parole, la ragazza si sentì in colpa e fissò il gradino sul quale poggiavano i suoi piedi, rimase in silenzio per qualche secondo e poi, rialzando lo sguardo verso il musetto del roditore disse:
“Sai, credo tu abbia ragione riguardo a noi umani, non siamo una specie così nobile come crediamo e mi dispiace che tu debba vivere nei nostri rifiuti e anche di averti tirato contro la mia borsa...”
Un singhiozzo interruppe il discorso, un'altra lacrima bagnò la sua guancia, ma poi proseguì:
“...n-non stavo gridando prima sai, io nemmeno parlo la tua lingua, questo è il modo in cui piango. Lo so, è un pianto strano, ma piango sempre così. Io piango sempre.”
Non sapendo cosa fare, il topo salì qualche gradino della scalinata e si piazzò tra i piedi della ragazza, inclinò ancora una volta il muso, dubbioso e toccato dalla tristezza della ragazza chiese:
“E perché piangi sempre? Non deve essere bello!”
La giovane abbozzò un sorriso che rimase solo alcuni istanti, poi di nuovo qualche lacrima, un singhiozzo, e quando si sentì pronta per parlare spiegò:
“No, non è bello, ma non posso farci niente...è colpa di mia madre e del nome che mi ha dato! Lacrima! Ti rendi conto? Mia madre mi ha chiamata Lacrima! Cos'altro potrei fare, se non piangere, con un nome così? Io le vedo le altre persone, capita anche a loro di piangere a volte, magari anche per cose stupide, come un regalo sbagliato al giorno del loro compleanno, o la scena di un film...ma almeno loro un motivo ce l'hanno, io no!”
Il topo ascoltò molto attentamente quel che Lacrima aveva da dirgli e appena lei ebbe finito di spiegare le poggiò una zampina sulla scarpa, quasi come fosse la mano messa sulla spalla di un amico che si vuole consolare. Sapeva però che quel tocco così leggero non sarebbe bastato a risollevare il morale così basso della ragazza, doveva dirgli quello che pensava, e lo fece:
“Oh, che sciocchezza mia cara! Solo perché ti hanno chiamata Lacrima non è detto tu debba passare la tua vita a piangere, se non è questo ciò che vuoi. Sai, a volte piangere è come togliersi un grosso peso di dosso, e io credo di sapere qual è il peso che ti porti dietro, è la paura!”
Lacrima cercò di capire di cosa il topo stesse parlando, ma non riuscendoci aggrottò le sopracciglia e lo interrogò:
“Paura? E di cosa avrei paura secondo te?”
Il roditore mostrò i suoi dentini in un sorriso, contento che la ragazza fosse disposta ad ascoltarlo, non gli capitava spesso di aiutare qualcuno e di poter sfoggiare la sua abilità di parlare umano nello stesso momento, quindi le disse:
“E' facile! Hai paura di essere te stessa! Credi che il tuo nome sia quello che tu sei, ma non è così! Il tuo nome è solo il modo con cui la gente ti chiama quando ha bisogno di te! Credi sia quello che sei solo perché è più facile sapere quello che devi fare quando sono gli altri a dirtelo...ma così mia cara...non sarai mai felice!”
Questa sorta di piccola rivelazione sembrò magicamente interrompere il flusso delle lacrime della ragazza, che dopo ancora un paio di singhiozzi chiese:
“Se credi che sia davvero così, cosa dovrei fare? Se smettessi di piangere cos'altro potrei fare?”
Il topo scosse la testa, poi si decise che doveva far capire a Lacrima che il modo in cui lei stava spendendo il tempo della sua vita non andava più bene, allora esclamò:
“Devi ascoltarti! Sai, anche quando siamo solo, in realtà, siamo sempre in due: c'è quello che siamo, e c'è quello che vogliamo diventare! Tu fino a questa notte hai sempre ascoltato il rumore dei tuoi singhiozzi e delle lacrime che cadevano sul pavimento...ecco, questo è quello che sei adesso...prova ad ascoltare la persona che vorresti diventare, senti quello che quella persona ha da dirti e segui i suoi consigli!”
Lacrima interruppe perfino il suo singhiozzare, le parole del topo avevano senso nella sua mente, e cominciò a sentire anche un'altra voce, la sua, o meglio, della persona che voleva diventare!
“Lacrima, finalmente hai smesso di piangere! Ce ne hai messo di tempo! Era da tanto che volevo parlarti ma eri sempre triste e non sapevo mai come avvicinarmi a te! Non è facile sai, parlare con una persona che piange, hai sempre paura di peggiorare le cose. Comunque ho da dirti solo poche cose, so che quello che sei non ti piace ma non devi decidere adesso quel che diventerai, ma devi promettermi che in ogni giorno che avrai la fortuna di vedere, cercherai di non rifugiarti nei fiumi di lacrime e nel ritmo del tuo singhiozzo, perché vedi, il mondo non aspetta chi resta fermo. Hai mille strade da percorrere e con impegno e costanza potrai diventare qualsiasi cosa tu voglia...”
Lacrima si ascoltò a lungo, fino al sorgere del sole. Quando smise di parlare con la persona che voleva diventare cercò con lo sguardo il topo, voleva ringraziarlo, ma non lo trovò, era sparito lasciandole un grande regalo: la consapevolezza che anche lo squittio più debole, se ascoltato, può trasformarsi in una forte voce.
Da quella lunga notte, e per ogni notte d'estate che seguì, quando la luna era alta nel cielo, nella città di Lacrima si sentirono solo i canti degli insetti, la brezza tra le foglie e i passi di qualche viandante.
“Aaaaaaah!Un topo! Che schifo! Un topo!”
A questo punto afferrò la borsa che aveva di fianco e, presa dal terrore, la scagliò in direzione del roditore.
“Vattene via! Topo schifoso!”
Disse mentre la borsa lasciava la sua mano, nella speranza che lo colpisse in pieno. Ma lo mancò, e il topo, con piccoli saltelli, si avvicinava sempre di più. La ragazza era pietrificata, tanta era la paura che l'unica parte di lei che si muoveva erano le lacrime le che scendevano lungo il viso. Quando fu abbastanza vicino, il piccolo roditore si fermò, si pulì il viso con le sue piccole manine, guardò la ragazza negli occhi e, con tono indispettito disse:
“Io vengo qui dopo averti sentito gridare, voglio aiutarti e te cosa fai? Mi insulti e cerchi di colpirmi? Sai che se mi avessi preso mi avresti fatto molto molto male? Forse ne potevo anche morire! Eh no ragazza mia, non ci siamo proprio! Che ti ho fatto di male io per meritarmi tutto questo odio?”
Per un attimo la ragazza trattenne il fiato, sgranò gli occhi e tentò più volte di rispondere a quella domanda, ma la sorpresa era troppa. Dopo qualche altro tentativo disse, quassi sussurrando:
“T-tu...parli?”
Il topo si interrogò su quella domanda, inclinò il musetto da un lato e perplesso rispose:
“Perché tu no? Quasi tutti parliamo se abbiamo qualcosa da dire! Anzi spesso parla anche chi non ha niente da dire!”
Poi prese un lungo respiro, come se avesse capito qualcosa e continuò:
“Aaah, ma tu intendi dire che parlo la tua lingua! Beh si, ho studiato io, non sono mica un criceto che se ne sta tappato nella sua gabbietta e corre solo sulla sua ruota di plastica, io sono un topo di mondo!”
Sempre meno convinta di ciò che le stesse accadendo, la ragazza si stropicciò gli occhi e si asciugò le lacrime ripetendosi sottovoce:
“No, non può essere...no...dai non è possibile”
Il topo fece un altro piccolo saltello in avanti, e un altro ancora:
“Oh si che è possibile mia cara! E devi ancora rispondere alla mia domanda, tra l'altro, perché hai tentato di uccidermi? E perché gridavi in quel modo?”
Lei vedendolo avvicinarsi si tirò un po' indietro, la paura stava passando, tuttavia non voleva andarsene. Sebbene i topi non le piacessero molto non capita tutti i giorni di avere a che fare con uno di loro che parla la tua lingua. Prese quindi coraggio e, ancora a bassa voce, disse:
“Tu mi hai spaventata! E poi ho il terrore dei topi! Siete sporchi e portate malattie! Quindi non ti avvicinare ancora!”
Infastidito dalle parole della giovane umana, il topo si alzò su due zampe e con tono severo spiegò:
“Io sarei quello sporco? Vero, io vivo in una fogna! Ma sai di chi è tutta la sporcizia che c'è là sotto? Di voi umani! Quindi fammi il favore di non trattarmi come se fossi io quello cattivo!”
Fece una pausa, voleva che la ragazza pensasse alle sue parole, poi continuò
“E comunque non mi hai ancora detto cosa avevi da gridare...”
Sebbene l'umana avesse cercato di mandarlo via bruscamente, il topo era un topo buono, e voleva davvero provare ad aiutarla, se ne fosse stato in grado.
Al sentire di quelle parole, la ragazza si sentì in colpa e fissò il gradino sul quale poggiavano i suoi piedi, rimase in silenzio per qualche secondo e poi, rialzando lo sguardo verso il musetto del roditore disse:
“Sai, credo tu abbia ragione riguardo a noi umani, non siamo una specie così nobile come crediamo e mi dispiace che tu debba vivere nei nostri rifiuti e anche di averti tirato contro la mia borsa...”
Un singhiozzo interruppe il discorso, un'altra lacrima bagnò la sua guancia, ma poi proseguì:
“...n-non stavo gridando prima sai, io nemmeno parlo la tua lingua, questo è il modo in cui piango. Lo so, è un pianto strano, ma piango sempre così. Io piango sempre.”
Non sapendo cosa fare, il topo salì qualche gradino della scalinata e si piazzò tra i piedi della ragazza, inclinò ancora una volta il muso, dubbioso e toccato dalla tristezza della ragazza chiese:
“E perché piangi sempre? Non deve essere bello!”
La giovane abbozzò un sorriso che rimase solo alcuni istanti, poi di nuovo qualche lacrima, un singhiozzo, e quando si sentì pronta per parlare spiegò:
“No, non è bello, ma non posso farci niente...è colpa di mia madre e del nome che mi ha dato! Lacrima! Ti rendi conto? Mia madre mi ha chiamata Lacrima! Cos'altro potrei fare, se non piangere, con un nome così? Io le vedo le altre persone, capita anche a loro di piangere a volte, magari anche per cose stupide, come un regalo sbagliato al giorno del loro compleanno, o la scena di un film...ma almeno loro un motivo ce l'hanno, io no!”
Il topo ascoltò molto attentamente quel che Lacrima aveva da dirgli e appena lei ebbe finito di spiegare le poggiò una zampina sulla scarpa, quasi come fosse la mano messa sulla spalla di un amico che si vuole consolare. Sapeva però che quel tocco così leggero non sarebbe bastato a risollevare il morale così basso della ragazza, doveva dirgli quello che pensava, e lo fece:
“Oh, che sciocchezza mia cara! Solo perché ti hanno chiamata Lacrima non è detto tu debba passare la tua vita a piangere, se non è questo ciò che vuoi. Sai, a volte piangere è come togliersi un grosso peso di dosso, e io credo di sapere qual è il peso che ti porti dietro, è la paura!”
Lacrima cercò di capire di cosa il topo stesse parlando, ma non riuscendoci aggrottò le sopracciglia e lo interrogò:
“Paura? E di cosa avrei paura secondo te?”
Il roditore mostrò i suoi dentini in un sorriso, contento che la ragazza fosse disposta ad ascoltarlo, non gli capitava spesso di aiutare qualcuno e di poter sfoggiare la sua abilità di parlare umano nello stesso momento, quindi le disse:
“E' facile! Hai paura di essere te stessa! Credi che il tuo nome sia quello che tu sei, ma non è così! Il tuo nome è solo il modo con cui la gente ti chiama quando ha bisogno di te! Credi sia quello che sei solo perché è più facile sapere quello che devi fare quando sono gli altri a dirtelo...ma così mia cara...non sarai mai felice!”
Questa sorta di piccola rivelazione sembrò magicamente interrompere il flusso delle lacrime della ragazza, che dopo ancora un paio di singhiozzi chiese:
“Se credi che sia davvero così, cosa dovrei fare? Se smettessi di piangere cos'altro potrei fare?”
Il topo scosse la testa, poi si decise che doveva far capire a Lacrima che il modo in cui lei stava spendendo il tempo della sua vita non andava più bene, allora esclamò:
“Devi ascoltarti! Sai, anche quando siamo solo, in realtà, siamo sempre in due: c'è quello che siamo, e c'è quello che vogliamo diventare! Tu fino a questa notte hai sempre ascoltato il rumore dei tuoi singhiozzi e delle lacrime che cadevano sul pavimento...ecco, questo è quello che sei adesso...prova ad ascoltare la persona che vorresti diventare, senti quello che quella persona ha da dirti e segui i suoi consigli!”
Lacrima interruppe perfino il suo singhiozzare, le parole del topo avevano senso nella sua mente, e cominciò a sentire anche un'altra voce, la sua, o meglio, della persona che voleva diventare!
“Lacrima, finalmente hai smesso di piangere! Ce ne hai messo di tempo! Era da tanto che volevo parlarti ma eri sempre triste e non sapevo mai come avvicinarmi a te! Non è facile sai, parlare con una persona che piange, hai sempre paura di peggiorare le cose. Comunque ho da dirti solo poche cose, so che quello che sei non ti piace ma non devi decidere adesso quel che diventerai, ma devi promettermi che in ogni giorno che avrai la fortuna di vedere, cercherai di non rifugiarti nei fiumi di lacrime e nel ritmo del tuo singhiozzo, perché vedi, il mondo non aspetta chi resta fermo. Hai mille strade da percorrere e con impegno e costanza potrai diventare qualsiasi cosa tu voglia...”
Lacrima si ascoltò a lungo, fino al sorgere del sole. Quando smise di parlare con la persona che voleva diventare cercò con lo sguardo il topo, voleva ringraziarlo, ma non lo trovò, era sparito lasciandole un grande regalo: la consapevolezza che anche lo squittio più debole, se ascoltato, può trasformarsi in una forte voce.
Da quella lunga notte, e per ogni notte d'estate che seguì, quando la luna era alta nel cielo, nella città di Lacrima si sentirono solo i canti degli insetti, la brezza tra le foglie e i passi di qualche viandante.
Destiny
It is not just the silence
of this dying night,
there's something more
coming to bother
the quietness of my soul.
There's a destiny
for each thing on earth:
the leaf will kiss the ground
for other thousands falls,
the source will flow,
becoming river,
reaching for the beloved sea.
And again the wind will caress
our faces, mirrors of feelings.
Will fondle your hips,
kiss your back
and flow into you
becoming a river,
be my destiny?
of this dying night,
there's something more
coming to bother
the quietness of my soul.
There's a destiny
for each thing on earth:
the leaf will kiss the ground
for other thousands falls,
the source will flow,
becoming river,
reaching for the beloved sea.
And again the wind will caress
our faces, mirrors of feelings.
Will fondle your hips,
kiss your back
and flow into you
becoming a river,
be my destiny?
martedì 7 febbraio 2012
È la pelle
Ecco il tuo tocco,
Penetra, usando i nervi come sentiero
fino alla radice della mia passione
e la accende.
È la pelle a rivelarlo,
increspandosi, palesando il brivido.
Acceca la ragione e
rende sorda la coscienza;
questa notte non appartiene a loro.
Questo è il buio
del selvaggio amarsi,
del controllo perduto di un gemito
che vien fuori,
tutt'altro che timidamente.
Questa è la musica del piacere.
Penetra, usando i nervi come sentiero
fino alla radice della mia passione
e la accende.
È la pelle a rivelarlo,
increspandosi, palesando il brivido.
Acceca la ragione e
rende sorda la coscienza;
questa notte non appartiene a loro.
Questo è il buio
del selvaggio amarsi,
del controllo perduto di un gemito
che vien fuori,
tutt'altro che timidamente.
Questa è la musica del piacere.
lunedì 6 febbraio 2012
La sveglia (e il delirio)
Ti tititì tititì tititì
Eccolo.
Un altro fottuto giorno sotto un cielo di un azzurro che dovrebbe rallegrarmi e che invece mi ricorda che c'è la felicità là fuori, ma non qui; non nel mio petto, nel quale sento il cuore impazzare, ma solo perché questa dannata sveglia mi uccide ad ogni risveglio, finché non la spengo e mi ritrovo di nuovo nella mia povera realtà.
E poi il rituale: caffè, sigaretta e cesso, in quest'ordine, sempre. Poi c'è quel cazzo di specchio che mi accusa e mi ricorda che il Sam che vedo riflesso in quel vetro non è lo stesso che ricordo di essere stato.
Sono un trentenne nel corpo di un vecchio in decomposizione; occhiaie, rughe, calvizie e denti ingialliti, sono tutte cose che ho e delle quali farei volentieri a meno. C'era stato un tempo in cui ricordavo perfino cosa sognavo la notte, ci ridevo su. Mi divertivano i miei sogni, ma mi hanno abbandonato anche loro.
Mi hanno abbandonato come quella troia di Jenny.
"Sammy, io per te sto sacrificando la mia carriera, la mia vita e la mia felicità e sinceramente non credo ne valga più la pena. Non ci provi nemmeno a raggiungere qualche traguardo, accontentati pure di rimanere a galla nella tua merda, ma io non ci rimarrò un minuto di più".
E allora sai che ti dico? Fai come ti pare! È vero, non sto bene, ma farti scopare da Eddie non mi ha certo aiutato. Poi buono quell'altro. Uno che ha fatto carriera col culo parato dal padre, uno che qualsiasi cosa volesse non doveva far altro che chiederla, e già era sua. E così ha fatto con te, tirando giù nello scarico dieci anni vissuti da fratelli. Evidentemente Caino e Abele hanno da imparare da delle merde come lui. Ma va bene così. Adesso so con chi ho avuto a che fare e dopo un mese che ve ne siete andati posso dirvi che preferisco non avervi tra le palle, preferisco non sentire il vostro fetido alito sul collo, i vostri finti tentativi di spronarmi che mal celavano una frase sola: 'Svegliati, fallito! Diventa una persona di successo come noi!'.
"Meglio morto!" vi avrei risposto, se almeno per una volta foste stati in gradi di dirlo apertamente senza nascondervi dietro quel buonismo malato di disprezzo. Meglio morto che servo del sistema che vi vuole tutti inamidati e sull'attenti, col culo sempre a disposizione del padrone. No. Io non faccio la puttana, io racconterò le mie storie e continuerò a farlo anche da morto.
Questo è il mio ultimo giorno, e non farò un cazzo se non smettere di vivere. Non mangerò, non pulirò la casa, non farò telefonate, non manderò e-mail, non parlerò delle partite di ieri, non darò un ultimo bacio a mia madre e non cercherò di immaginarmi un futuro perfetto, padre di una famiglia perfetta con moglie e figli perfetti, in una casa perfetta in un quartiere rispettabile. Oggi siamo io e il mio banale appartamento spoglio.
E allora cominciamolo questo ultimo giorno. La luce sulla macchinetta mi dice che il caffè è pronto per uscire e come al solito almeno la metà del macinato che ho preso è finito sul pavimento. Stavolta però non impreco. Non dovrò ricordarmi dove ho lasciato la scopa, prenderla e mettermi a raccoglierlo; quindi premo quel bottone e aspetto che quel liquido nero come è nero il mio spirito in questo istante esca e riempia la mia tazza. È una bella tazza con dei cuori sopra. Uno dei pochi ricordi lasciati in casa mia da quella schifosa. Eppure ricordo com'era crederci, all'amore intendo. Era come credere in una sorta di divinità che qualora si fosse rivelata avrebbe salvato la mia anima e risistemato tutti i casini combinati in una vita intera. Ma ormai non è così e mi bevo silenzioso la mia bevanda amara, non voglio zucchero a nascondere la verità. Non oggi. Il caffè è amaro per natura ma il nostro voler cambiare le cose ci spinge a metterci lo zucchero, a mascherarlo per farlo apparire più apprezzabile. Non è come vestire bene un barbone così che nessuno lo guardi con disprezzo passandogli accanto? Eppure un barbone rimane, senza soldi e senza speranze.
E come i barboni si addentrano nei vicoli, così il caffè si fa spazio nella mia gola e raggiunge lo stomaco, vuoto, che borbotta. Oggi è il giorno della mia morte. Oggi non sento nessuno, neanche il mio organismo; anzi mi accendo questa sigaretta così lo danneggio. Come dare un pugno all'ubriaco rompipalle di turno, che soddisfazione! Un tiro dopo l'altro senza curarsi dei danni, godersi davvero il farsi male. Credo di non averlo mai fatto fino ad oggi. Eppure mi piace! per un attimo mi sento di stare in pace con me stesso.
Purtroppo questa sensazione dura poco. Un colpo di tosse e il catarro sale. Dannato freddo e dannata bronchite, devi rompere il cazzo anche nei primi minuti del mio giorno finale? Poi una fitta al ventre e di corsa al bagno. Accendo la stufa elettrica e, sedendomi, me la piazzo davanti le gambe. Intanto la sigaretta è ancora accesa e il suo fumo sembra un fantasma che mi fa compagnia. Peccato che preferisco stare da solo mentre cago; un'ultima boccata e lascio cadere il mozzicone nel water. È stato bello il suo addio, il *kcshhh* del tabacco ardente che impatta con l'acqua ha una sua poesia che sembro cogliere solo oggi.
Il calore del metallo incandescente di fronte alle caviglie sembra penetrare fino all'anima. Strano a dirsi, ma se la mia anima fosse sempre stata li? nei pressi della tibia intendo. Spiegherebbe perché non ho mai volato in alto ma sono sempre scappato da cose che poi, detto tra noi, neanche esistevano. È che la mia anima, trovandosi nelle gambe, usava quelle. Dopotutto non si può arrivare alla luna con un triciclo. Si avanza coi mezzi che abbiamo a disposizione, anche se scarsi. Ma poi, alla fine, io all'anima neanche ci credo.
Esco dal bagno un'ora e mille pensieri dopo, con del peso in meno e con la mente più pesante.
Quel caffè non mi ha soddisfatto e accendo di nuovo la macchinetta che mi saluta con un'allegra luce rossa lampeggiante, intanto metto la polvere nel filtro e sciacquo la tazza. Aperto il rubinetto, comincia subito a fare i capricci, ci vuole un po' prima che il flusso diventi continuo e l'acqua esca calda. È importante la fase del risciacquo; se c'è una cosa che odio sono i rimasugli di caffè freddo che si appostano sul fondo e ti assaltano la lingua appena hai finito di berne uno bollente. È un po' come quando cerchi di regolare la temperatura dell'acqua nella doccia e ti arrivano quei getti inaspettati, o gelidi, o bollenti. Lo stesso fastidio.
Eccola. La spia rossa è diventata fissa e il filtro è pronto, lo avvito, poggio la tazza al di sotto del beccuccio e premo il bottone. La macchina vomita altro liquido scuro, e io sono qui, a reggerle la fronte, aspettando che finisca. Come faresti col tuo migliore amico che ha alzato bevuto troppo e che ora si svuota in un vicolo.
Che razza orrenda i migliori amici! Un giorno affronti insieme a loro la merda che la vita ti sputa negli occhi e il giorno dopo si fanno loro stessi merda, oltre a farsi la donna che dici di amare. Un vero schifo.
E ancora una volta il caffè bagna labbra, lingua, gola e poi dritto fino allo stomaco. Un percorso che non delude mai. Che non cambia mai. È come la via di casa, ci cammini dentro sovrappensiero, senza domande.
Un'altra sigaretta? Sì, per forza. Allungo la mano a cercare il pacchetto sul tavolo. Sembra troppo leggero, quindi lo scuoto e non emette un buon rumore. Solo quello di qualche briciola di tabacco che si muove sul fondo. Lo apro e, senza nessuna sorpresa, lo trovo vuoto. Ora è solo un pezzo di cartone colorato e accartocciato che se ne sta nel buio del secchio dell'immondizia, insieme agli altri scarti delle mie giornate.
Per fortuna questo secchio non vedrà più passare al suo interno i miei patetici rifiuti; non faccio la spesa da giorni e sia il mio frigo che le dispense sono vuoti. A chi mi troverà esanime lascio solo caffeina e acqua.
In casa non c'è altro che un nuovo pacchetto di sigarette e un flacone di antidepressivi che quello stronzo di terapista mi ha prescritto. Non li ho mai presi, ma oggi recupero; spero solo che abbiano un effetto rapido.
Sento anche il bisogno di una doccia bollente. Voglio morire pulito e sono sicuro che quell'acqua fumante scrosterà via da me questo senso di oppressione e mi lascerà partire verso il vuoto con rinnovata libertà.
È il ventidue di dicembre però, ed in questo periodo non puoi semplicemente decidere di farti una doccia. Rischio l'ipotermia sia prima di entrare nella doccia sia mentre ne esco. Riaccendo la stufetta, stavolta a due di potenza; non voglio aspettare mezz'ora, questa doccia mi serve in tempo breve.
Oggi è il ventidue di dicembre e non è un caso che l'abbia scelto come il mio ultimo giorno. È solstizio, è la notte più lunga dell'anno, e da domani le giornate cominceranno a farsi, un pizzico al giorno, più luminose.
In tempi lontani si credeva che il sole, dopo la sua morte in questo giorno, rinascesse per dare luce all'uomo.
Io oggi muoio e basta, senza la speranza di rinascere. Ma la voglia di vedere di nuovo le giornate allungarsi mi manca; nelle giornate soleggiate la luce non arriva solo ai palazzi, ai par chi e alle strade; ma arriva anche sui miei fallimenti, sulle cose rimandate e mai concluse. Su quello che vorrei essere e che non diventerò mai.
Apro la porta del bagno e l'aria si è scaldata quanto basta. Mi tolgo questa maglietta nera e questi pantaloni grigi di una vecchia tuta che non ho mai usato per altro che non fosse vagare in questo appartamento.
Non ho mai fatto sport, non ho mai corso nel parco e il riflesso nello specchio del mio fisico esile non smentisce i pessimi risultati della mia pigrizia. Ci sono stati giorni nei quali me ne preoccupavo. Non questo.
Sotto la doccia canto. L'ho sempre fatto; se impegno il mio cervello a ricordare i testi delle canzoni riesco ad arginare quel fiume di fottuti pensieri che si ammassano e mi divorano l'anima un pezzo alla volta. Il problema c'è solo all'inizio, quando nella mia playlist mentale scorrono veloci i titoli di troppe canzoni, ma solitamente dopo pochi secondi ho già scelto quale cantare; la mia voce si mischia col rumore dell'acqua che colpisce la mia schiena e il pavimento. Un concerto che sarebbe degno di essere ascoltato da tutti.
Uscito dalla doccia, nonostante l'accappatoio addosso, sento ogni singola goccia scivolare sulla mia schiena, sulle mie gambe, sul mio viso. E allora dimeno freneticamente le mani, sfregando il tessuto su tutto il mio corpo. La pelle si arrossa per qualche secondo. Tocca ai capelli. Prima l'asciugamano e poi l'asciugacapelli.
Fuori dal bagno il tempo è passato in maniera diversa. L'orologio in cucina segna le quattro di pomeriggio.
È tardi. Devo sbrigarmi e vestirmi. Un jeans e una camicia nera che bene si combina con la cintura, sotto una maglietta felpata, per non sentire troppo freddo. Il mio corredo funebre è questo. Le scarpe sono buone, i calzini hanno un buchetto in corrispondenza dell'alluce. Non lo vedrà nessuno quel buco.
Mi sono preparato bene. Ho deciso di morire guardando il sole che muore con me. Ho piazzato una sedia davanti alla finestra della camera, dal trentunesimo piano vedrò un tramonto bellissimo, l'ultimo. Ho lasciato in un cassetto tutte le mie poesie, tutte le mie storie. Sul comodino, vicino alla sveglia e alla lampada c'è un biglietto, preparato da giorni con scritto: 'Me ne sono andato...non ho soldi per fuggire lontano...mi sono dovuto arrangiare come potevo'. Spero colgano l'ironia e non piangano troppo. Conservate le lacrime per celebrare la vita, non la morte, è quello che ho sempre detto e non lo smentisco ora che manca meno di un'ora alla mia dipartita. La coerenza è una virtù anche in punto di morte.
Intanto il cielo fuori comincia a tingersi di rosa e arancio. Mi siedo sul legno. Una sigaretta salda tra le labbra, un flacone di barbiturici nella mano, l'altra regge le pillole che, a poco a poco lascio uscire. All'inizio le conto. Una, due, tre, quattro. Poi il polso fa da solo e ne lascia cadere troppe, tutte insieme. La mia mano trema e non penso ad altro che ad ingoiarle tutte. Il sole sta scendendo, sempre più basso nel panorama; l'acqua e le pasticche lo imitano nel mio corpo. Penso a come sarà il mondo dopo. Da questa notte in poi.
Sono sicuro che il mio nome: Samuel Allen, sarà più conosciuto quando sarò morto. Ho anche rimesso la sveglia per domani mattina, perché nonostante l'abbia odiata per tutti questi anni, mi è sempre dispiaciuta non lasciarla cantare finché non si scaricano le batterie, col suono che si fa sempre più lento e basso.
Come sta succedendo a me e ai miei movimenti. Vedo la luce affievolirsi e la nostra grande stella sparire dietro l'orizzonte, lasciando spazio alla notte e alle sue sorelle più piccole, alla luna, agli innamorati nel parco.
Il mio ultimo pensiero va alla sveglia.Merita anche lei di fare quello che ama fino alla morte, senza che nessuno la ostacoli. Canta quanto vuoi domattina. Canta alla faccia mia e di tutte le volte che ti ho messa a tacere col tasto 'off'. Canta.
...
Ti tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì...
Eccolo.
Un altro fottuto giorno sotto un cielo di un azzurro che dovrebbe rallegrarmi e che invece mi ricorda che c'è la felicità là fuori, ma non qui; non nel mio petto, nel quale sento il cuore impazzare, ma solo perché questa dannata sveglia mi uccide ad ogni risveglio, finché non la spengo e mi ritrovo di nuovo nella mia povera realtà.
E poi il rituale: caffè, sigaretta e cesso, in quest'ordine, sempre. Poi c'è quel cazzo di specchio che mi accusa e mi ricorda che il Sam che vedo riflesso in quel vetro non è lo stesso che ricordo di essere stato.
Sono un trentenne nel corpo di un vecchio in decomposizione; occhiaie, rughe, calvizie e denti ingialliti, sono tutte cose che ho e delle quali farei volentieri a meno. C'era stato un tempo in cui ricordavo perfino cosa sognavo la notte, ci ridevo su. Mi divertivano i miei sogni, ma mi hanno abbandonato anche loro.
Mi hanno abbandonato come quella troia di Jenny.
"Sammy, io per te sto sacrificando la mia carriera, la mia vita e la mia felicità e sinceramente non credo ne valga più la pena. Non ci provi nemmeno a raggiungere qualche traguardo, accontentati pure di rimanere a galla nella tua merda, ma io non ci rimarrò un minuto di più".
E allora sai che ti dico? Fai come ti pare! È vero, non sto bene, ma farti scopare da Eddie non mi ha certo aiutato. Poi buono quell'altro. Uno che ha fatto carriera col culo parato dal padre, uno che qualsiasi cosa volesse non doveva far altro che chiederla, e già era sua. E così ha fatto con te, tirando giù nello scarico dieci anni vissuti da fratelli. Evidentemente Caino e Abele hanno da imparare da delle merde come lui. Ma va bene così. Adesso so con chi ho avuto a che fare e dopo un mese che ve ne siete andati posso dirvi che preferisco non avervi tra le palle, preferisco non sentire il vostro fetido alito sul collo, i vostri finti tentativi di spronarmi che mal celavano una frase sola: 'Svegliati, fallito! Diventa una persona di successo come noi!'.
"Meglio morto!" vi avrei risposto, se almeno per una volta foste stati in gradi di dirlo apertamente senza nascondervi dietro quel buonismo malato di disprezzo. Meglio morto che servo del sistema che vi vuole tutti inamidati e sull'attenti, col culo sempre a disposizione del padrone. No. Io non faccio la puttana, io racconterò le mie storie e continuerò a farlo anche da morto.
Questo è il mio ultimo giorno, e non farò un cazzo se non smettere di vivere. Non mangerò, non pulirò la casa, non farò telefonate, non manderò e-mail, non parlerò delle partite di ieri, non darò un ultimo bacio a mia madre e non cercherò di immaginarmi un futuro perfetto, padre di una famiglia perfetta con moglie e figli perfetti, in una casa perfetta in un quartiere rispettabile. Oggi siamo io e il mio banale appartamento spoglio.
E allora cominciamolo questo ultimo giorno. La luce sulla macchinetta mi dice che il caffè è pronto per uscire e come al solito almeno la metà del macinato che ho preso è finito sul pavimento. Stavolta però non impreco. Non dovrò ricordarmi dove ho lasciato la scopa, prenderla e mettermi a raccoglierlo; quindi premo quel bottone e aspetto che quel liquido nero come è nero il mio spirito in questo istante esca e riempia la mia tazza. È una bella tazza con dei cuori sopra. Uno dei pochi ricordi lasciati in casa mia da quella schifosa. Eppure ricordo com'era crederci, all'amore intendo. Era come credere in una sorta di divinità che qualora si fosse rivelata avrebbe salvato la mia anima e risistemato tutti i casini combinati in una vita intera. Ma ormai non è così e mi bevo silenzioso la mia bevanda amara, non voglio zucchero a nascondere la verità. Non oggi. Il caffè è amaro per natura ma il nostro voler cambiare le cose ci spinge a metterci lo zucchero, a mascherarlo per farlo apparire più apprezzabile. Non è come vestire bene un barbone così che nessuno lo guardi con disprezzo passandogli accanto? Eppure un barbone rimane, senza soldi e senza speranze.
E come i barboni si addentrano nei vicoli, così il caffè si fa spazio nella mia gola e raggiunge lo stomaco, vuoto, che borbotta. Oggi è il giorno della mia morte. Oggi non sento nessuno, neanche il mio organismo; anzi mi accendo questa sigaretta così lo danneggio. Come dare un pugno all'ubriaco rompipalle di turno, che soddisfazione! Un tiro dopo l'altro senza curarsi dei danni, godersi davvero il farsi male. Credo di non averlo mai fatto fino ad oggi. Eppure mi piace! per un attimo mi sento di stare in pace con me stesso.
Purtroppo questa sensazione dura poco. Un colpo di tosse e il catarro sale. Dannato freddo e dannata bronchite, devi rompere il cazzo anche nei primi minuti del mio giorno finale? Poi una fitta al ventre e di corsa al bagno. Accendo la stufa elettrica e, sedendomi, me la piazzo davanti le gambe. Intanto la sigaretta è ancora accesa e il suo fumo sembra un fantasma che mi fa compagnia. Peccato che preferisco stare da solo mentre cago; un'ultima boccata e lascio cadere il mozzicone nel water. È stato bello il suo addio, il *kcshhh* del tabacco ardente che impatta con l'acqua ha una sua poesia che sembro cogliere solo oggi.
Il calore del metallo incandescente di fronte alle caviglie sembra penetrare fino all'anima. Strano a dirsi, ma se la mia anima fosse sempre stata li? nei pressi della tibia intendo. Spiegherebbe perché non ho mai volato in alto ma sono sempre scappato da cose che poi, detto tra noi, neanche esistevano. È che la mia anima, trovandosi nelle gambe, usava quelle. Dopotutto non si può arrivare alla luna con un triciclo. Si avanza coi mezzi che abbiamo a disposizione, anche se scarsi. Ma poi, alla fine, io all'anima neanche ci credo.
Esco dal bagno un'ora e mille pensieri dopo, con del peso in meno e con la mente più pesante.
Quel caffè non mi ha soddisfatto e accendo di nuovo la macchinetta che mi saluta con un'allegra luce rossa lampeggiante, intanto metto la polvere nel filtro e sciacquo la tazza. Aperto il rubinetto, comincia subito a fare i capricci, ci vuole un po' prima che il flusso diventi continuo e l'acqua esca calda. È importante la fase del risciacquo; se c'è una cosa che odio sono i rimasugli di caffè freddo che si appostano sul fondo e ti assaltano la lingua appena hai finito di berne uno bollente. È un po' come quando cerchi di regolare la temperatura dell'acqua nella doccia e ti arrivano quei getti inaspettati, o gelidi, o bollenti. Lo stesso fastidio.
Eccola. La spia rossa è diventata fissa e il filtro è pronto, lo avvito, poggio la tazza al di sotto del beccuccio e premo il bottone. La macchina vomita altro liquido scuro, e io sono qui, a reggerle la fronte, aspettando che finisca. Come faresti col tuo migliore amico che ha alzato bevuto troppo e che ora si svuota in un vicolo.
Che razza orrenda i migliori amici! Un giorno affronti insieme a loro la merda che la vita ti sputa negli occhi e il giorno dopo si fanno loro stessi merda, oltre a farsi la donna che dici di amare. Un vero schifo.
E ancora una volta il caffè bagna labbra, lingua, gola e poi dritto fino allo stomaco. Un percorso che non delude mai. Che non cambia mai. È come la via di casa, ci cammini dentro sovrappensiero, senza domande.
Un'altra sigaretta? Sì, per forza. Allungo la mano a cercare il pacchetto sul tavolo. Sembra troppo leggero, quindi lo scuoto e non emette un buon rumore. Solo quello di qualche briciola di tabacco che si muove sul fondo. Lo apro e, senza nessuna sorpresa, lo trovo vuoto. Ora è solo un pezzo di cartone colorato e accartocciato che se ne sta nel buio del secchio dell'immondizia, insieme agli altri scarti delle mie giornate.
Per fortuna questo secchio non vedrà più passare al suo interno i miei patetici rifiuti; non faccio la spesa da giorni e sia il mio frigo che le dispense sono vuoti. A chi mi troverà esanime lascio solo caffeina e acqua.
In casa non c'è altro che un nuovo pacchetto di sigarette e un flacone di antidepressivi che quello stronzo di terapista mi ha prescritto. Non li ho mai presi, ma oggi recupero; spero solo che abbiano un effetto rapido.
Sento anche il bisogno di una doccia bollente. Voglio morire pulito e sono sicuro che quell'acqua fumante scrosterà via da me questo senso di oppressione e mi lascerà partire verso il vuoto con rinnovata libertà.
È il ventidue di dicembre però, ed in questo periodo non puoi semplicemente decidere di farti una doccia. Rischio l'ipotermia sia prima di entrare nella doccia sia mentre ne esco. Riaccendo la stufetta, stavolta a due di potenza; non voglio aspettare mezz'ora, questa doccia mi serve in tempo breve.
Oggi è il ventidue di dicembre e non è un caso che l'abbia scelto come il mio ultimo giorno. È solstizio, è la notte più lunga dell'anno, e da domani le giornate cominceranno a farsi, un pizzico al giorno, più luminose.
In tempi lontani si credeva che il sole, dopo la sua morte in questo giorno, rinascesse per dare luce all'uomo.
Io oggi muoio e basta, senza la speranza di rinascere. Ma la voglia di vedere di nuovo le giornate allungarsi mi manca; nelle giornate soleggiate la luce non arriva solo ai palazzi, ai par chi e alle strade; ma arriva anche sui miei fallimenti, sulle cose rimandate e mai concluse. Su quello che vorrei essere e che non diventerò mai.
Apro la porta del bagno e l'aria si è scaldata quanto basta. Mi tolgo questa maglietta nera e questi pantaloni grigi di una vecchia tuta che non ho mai usato per altro che non fosse vagare in questo appartamento.
Non ho mai fatto sport, non ho mai corso nel parco e il riflesso nello specchio del mio fisico esile non smentisce i pessimi risultati della mia pigrizia. Ci sono stati giorni nei quali me ne preoccupavo. Non questo.
Sotto la doccia canto. L'ho sempre fatto; se impegno il mio cervello a ricordare i testi delle canzoni riesco ad arginare quel fiume di fottuti pensieri che si ammassano e mi divorano l'anima un pezzo alla volta. Il problema c'è solo all'inizio, quando nella mia playlist mentale scorrono veloci i titoli di troppe canzoni, ma solitamente dopo pochi secondi ho già scelto quale cantare; la mia voce si mischia col rumore dell'acqua che colpisce la mia schiena e il pavimento. Un concerto che sarebbe degno di essere ascoltato da tutti.
Uscito dalla doccia, nonostante l'accappatoio addosso, sento ogni singola goccia scivolare sulla mia schiena, sulle mie gambe, sul mio viso. E allora dimeno freneticamente le mani, sfregando il tessuto su tutto il mio corpo. La pelle si arrossa per qualche secondo. Tocca ai capelli. Prima l'asciugamano e poi l'asciugacapelli.
Fuori dal bagno il tempo è passato in maniera diversa. L'orologio in cucina segna le quattro di pomeriggio.
È tardi. Devo sbrigarmi e vestirmi. Un jeans e una camicia nera che bene si combina con la cintura, sotto una maglietta felpata, per non sentire troppo freddo. Il mio corredo funebre è questo. Le scarpe sono buone, i calzini hanno un buchetto in corrispondenza dell'alluce. Non lo vedrà nessuno quel buco.
Mi sono preparato bene. Ho deciso di morire guardando il sole che muore con me. Ho piazzato una sedia davanti alla finestra della camera, dal trentunesimo piano vedrò un tramonto bellissimo, l'ultimo. Ho lasciato in un cassetto tutte le mie poesie, tutte le mie storie. Sul comodino, vicino alla sveglia e alla lampada c'è un biglietto, preparato da giorni con scritto: 'Me ne sono andato...non ho soldi per fuggire lontano...mi sono dovuto arrangiare come potevo'. Spero colgano l'ironia e non piangano troppo. Conservate le lacrime per celebrare la vita, non la morte, è quello che ho sempre detto e non lo smentisco ora che manca meno di un'ora alla mia dipartita. La coerenza è una virtù anche in punto di morte.
Intanto il cielo fuori comincia a tingersi di rosa e arancio. Mi siedo sul legno. Una sigaretta salda tra le labbra, un flacone di barbiturici nella mano, l'altra regge le pillole che, a poco a poco lascio uscire. All'inizio le conto. Una, due, tre, quattro. Poi il polso fa da solo e ne lascia cadere troppe, tutte insieme. La mia mano trema e non penso ad altro che ad ingoiarle tutte. Il sole sta scendendo, sempre più basso nel panorama; l'acqua e le pasticche lo imitano nel mio corpo. Penso a come sarà il mondo dopo. Da questa notte in poi.
Sono sicuro che il mio nome: Samuel Allen, sarà più conosciuto quando sarò morto. Ho anche rimesso la sveglia per domani mattina, perché nonostante l'abbia odiata per tutti questi anni, mi è sempre dispiaciuta non lasciarla cantare finché non si scaricano le batterie, col suono che si fa sempre più lento e basso.
Come sta succedendo a me e ai miei movimenti. Vedo la luce affievolirsi e la nostra grande stella sparire dietro l'orizzonte, lasciando spazio alla notte e alle sue sorelle più piccole, alla luna, agli innamorati nel parco.
Il mio ultimo pensiero va alla sveglia.Merita anche lei di fare quello che ama fino alla morte, senza che nessuno la ostacoli. Canta quanto vuoi domattina. Canta alla faccia mia e di tutte le volte che ti ho messa a tacere col tasto 'off'. Canta.
...
Ti tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì...
venerdì 3 febbraio 2012
"Risvegliare la vita" (Waking Life)
Film di una bellezza disarmante, che unisce filosofia, scienza e occulto in un sogno raccontato...
Perché ci vuole anche un po' di passione...
Perversa Possessione
I nostri corpi tremanti in
un letto
Anime giunte in un legame
stretto
E il sentirsi divini e
inumani
Quando il desiderio sale
La poesia non lo può
raccontare
Non c’è scienza che
possa spiegare
La necessità d’urlare
quando nuda mi torturi
Flebili gemiti nascono
dalla tua bocca
Tangibile, palpabile
questa tua musica che mi persuade
Il tuo sapore mi rende
immorale
Non c’è niente che
possa placare
L’agonizzante spasmo
Che tu, incubo, procuri
E piano si dileguerà il
brivido che mi possiede
Ritornerà a prendermi,
verrà con te e col tuo profumo
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La rivolta di Kruger (una favola tratta da una storia vera)
Molto
tempo fa, nella caldissima savana, c'era un regno vasto e popoloso
chiamato Kruger.
I sovrani incontrastati della zona erano i feroci leoni. Essi comandavano tutte le altre creature che vivevano in quella terra, poco importava che fossero gazzelle, iene, giraffe, bufali o coccodrilli, quel che interessava loro era avere potere su ogni altro essere. La prima preoccupazione dei leoni era quella di mangiare, come tutti del resto, ma invece di cacciare il necessario, spesso i re di Kruger cacciavano più di quanto avessero bisogno, lasciando dietro di loro nient'altro che ossa spolpate.
Capitava non di rado che più di un cucciolo venisse sottratto alle loro madri e venisse mangiato davanti ai loro occhi, ed esse, impotenti e addolorate bagnavano l'arido terreno con le loro lacrime.
I sovrani incontrastati della zona erano i feroci leoni. Essi comandavano tutte le altre creature che vivevano in quella terra, poco importava che fossero gazzelle, iene, giraffe, bufali o coccodrilli, quel che interessava loro era avere potere su ogni altro essere. La prima preoccupazione dei leoni era quella di mangiare, come tutti del resto, ma invece di cacciare il necessario, spesso i re di Kruger cacciavano più di quanto avessero bisogno, lasciando dietro di loro nient'altro che ossa spolpate.
Capitava non di rado che più di un cucciolo venisse sottratto alle loro madri e venisse mangiato davanti ai loro occhi, ed esse, impotenti e addolorate bagnavano l'arido terreno con le loro lacrime.
Un
giorno però i bufali, in grande segreto, si riunirono. Loro erano
tra i più forti e pericolosi animali della savana, la loro grandezza
e le loro corna appuntite li rendevano degli avversari temibili. La
possente stazza da sola, tuttavia, non sarebbe mai bastata per
affrontare e sconfiggere i famelici felini. La natura bonaria e
remissiva dei bufali li rendeva ottime prede e, per vincere contro i
leoni, avrebbero dovuto cambiarla.
Tutte le famiglie di bufali parteciparono alla riunione e discussero a lungo sul da farsi, nessuno sopportava più i soprusi che i sovrani li costringevano a subire. Dopo molte ore di acceso dibattito decisero che la cosa più sensata da fare fosse tendere un'imboscata alla famiglia reale che veniva giornalmente a riscuotere il loro bottino di carne.
Tutte le famiglie di bufali parteciparono alla riunione e discussero a lungo sul da farsi, nessuno sopportava più i soprusi che i sovrani li costringevano a subire. Dopo molte ore di acceso dibattito decisero che la cosa più sensata da fare fosse tendere un'imboscata alla famiglia reale che veniva giornalmente a riscuotere il loro bottino di carne.
Pianificarono
la trappola con molta cura, la famiglia dei Piedilesti, che tra tutte
le famiglie era la più veloce nella corsa, avrebbe fatto da esca: si
sarebbero fatti vedere, madre, padre e cucciolo, soli, in mezzo alla
valle e, all'avvicinarsi dei leoni, sarebbero fuggiti in direzione
degli alberi, dove si nascondevano tutte le altre famiglie di bufali,
pronti a dare una lezione ai prepotenti regnanti.
L'alba era sorta già da tempo e il sole, ormai alto nel cielo, diffondeva nell'aria un calore intenso. Il piano andava messo in atto in quell'istante e così fu. I piedi lesti camminavano da soli nella savana, in direzione del laghetto che vi era posto al centro, nei pressi del quale cinque leonesse attendevano il loro arrivo.
L'alba era sorta già da tempo e il sole, ormai alto nel cielo, diffondeva nell'aria un calore intenso. Il piano andava messo in atto in quell'istante e così fu. I piedi lesti camminavano da soli nella savana, in direzione del laghetto che vi era posto al centro, nei pressi del quale cinque leonesse attendevano il loro arrivo.
“Siamo
venuti a pagare il nostro tributo ai sovrani del regno, vostra
altezza!”
Disse con falsa aria sottomessa papà Piedilesti, non appena fosse abbastanza vicino da poter far udire la sua voce.
“Direi che ci avete fatto aspettare fin troppo tempo, misero bufalo!”
Ringhiò in risposta la più anziana delle leonesse.
“Non vi sembra irrispettoso che noi, felini dal sangue blu dobbiamo perfino attendere i vostri comodi, oltre che essere costrette a rivolgervi la parola? Ma fortunatamente questo non si ripeterà più, questi sono i vostri ultimi minuti prima che la vostra carne arrivi ai nostri stomaci!”
Continuò altezzosa un'altra.
“Credo che voi siate in torto, infide assassine, noi vedremo sorgere il sole ancora molte volte e se così non fosse...beh...dovrete faticare molto per avere la nostra carne!”
Ribatté coraggioso Piedilesti che, al termine di questa frase gettò uno sguardo alla moglie, uno al figlio, e annuì per poi gridare:
“FUGGIAMO!ORA!”
In un turbine di paura e orgoglio, quella frase gettò i bufali in una corsa sfrenata per la sopravvivenza, e le leonesse, basite e offese da quel gesto irriverente, si lanciarono nell'inseguimento.
La corsa durò però poco. Il piccolo Piedilesti infatti, confuso dalla paura, corse in una direzione diversa da quella stabilita, e venne ben presto sopraffatto dagli artigli e dalle zanne delle abili inseguitrici. Il grido del piccolo arrestò la fuga dei genitori che, voltandosi, videro il corpo del loro unico figlio sovrastato dalle cinque leonesse che continuavano, ormai in possedute dalla più cieca furia, a graffiarlo e a morderlo. C'era una sola cosa da fare: combattere per vendicare quella violenza!
Fu così che i Piedilesti, combattendo la loro natura di preda e traendo forza dall'amore per il proprio piccolo, marciarono in direzione delle regine di Kruger. Non erano soli, il grido del giovane bufalo fu così forte che giunse all'orecchio delle altre famiglie nascoste tra gli alberi, le quali, non appena lo udirono si gettarono alla carica, organizzandosi in ranghi compatti. Quell'esercito contava decine e decine di corna affilate e possenti zoccoli e si arrestò solo a pochi metri dalle leonesse.
Quest'ultime, incredule e terrorizzate, non poterono fare altro che difendere il loro bottino ringhiando e mostrando i loro grandi denti puntuti.
Dalle file dell'esercito, i meno intimoriti si fecero avanti affrontando le cacciatrici delle quali una fuggì colta dal panico e un'altra venne colpita da un'incornata. Lo scontro era davvero iniziato.
Poco a poco i bufali riuscirono a disperdere le leonesse una ad una, a difendere la propria preda rimase solo la più anziana tra loro, ma era debole e stanca. Il piccolo Piedilesti era ancora tra le sue grinfie, ma adesso aveva la forza di rialzarsi, con lo stupore di tutti coloro che lo avevano creduto morto. Non appena il cucciolo rientrò nella mandria l'ultima delle regine rimaste, vedendosi sconfitta si diede alla fuga.
Fu così che quel giorno gli abitanti di Kruger diedero vita alla più grande rivolta della storia, quella contro la natura che li voleva sempre vittime innocenti.
Grazie a quell'evento, il mondo seppe che chi comanda deve chiedere sempre il giusto, mai di più;
imparò che i deboli e i poveri sono deboli e poveri solo da soli, e che è meglio non scoprire di cosa siano capaci quando si uniscono per una causa comune, per combattere le ingiustizie; capì che la natura è immutabile solo se si accetta che lo sia, e che è possibile cambiarla se abbiamo i giusti motivi, che sia la semplice voglia di farlo o l'amore incondizionato di un genitore per un figlio.
Disse con falsa aria sottomessa papà Piedilesti, non appena fosse abbastanza vicino da poter far udire la sua voce.
“Direi che ci avete fatto aspettare fin troppo tempo, misero bufalo!”
Ringhiò in risposta la più anziana delle leonesse.
“Non vi sembra irrispettoso che noi, felini dal sangue blu dobbiamo perfino attendere i vostri comodi, oltre che essere costrette a rivolgervi la parola? Ma fortunatamente questo non si ripeterà più, questi sono i vostri ultimi minuti prima che la vostra carne arrivi ai nostri stomaci!”
Continuò altezzosa un'altra.
“Credo che voi siate in torto, infide assassine, noi vedremo sorgere il sole ancora molte volte e se così non fosse...beh...dovrete faticare molto per avere la nostra carne!”
Ribatté coraggioso Piedilesti che, al termine di questa frase gettò uno sguardo alla moglie, uno al figlio, e annuì per poi gridare:
“FUGGIAMO!ORA!”
In un turbine di paura e orgoglio, quella frase gettò i bufali in una corsa sfrenata per la sopravvivenza, e le leonesse, basite e offese da quel gesto irriverente, si lanciarono nell'inseguimento.
La corsa durò però poco. Il piccolo Piedilesti infatti, confuso dalla paura, corse in una direzione diversa da quella stabilita, e venne ben presto sopraffatto dagli artigli e dalle zanne delle abili inseguitrici. Il grido del piccolo arrestò la fuga dei genitori che, voltandosi, videro il corpo del loro unico figlio sovrastato dalle cinque leonesse che continuavano, ormai in possedute dalla più cieca furia, a graffiarlo e a morderlo. C'era una sola cosa da fare: combattere per vendicare quella violenza!
Fu così che i Piedilesti, combattendo la loro natura di preda e traendo forza dall'amore per il proprio piccolo, marciarono in direzione delle regine di Kruger. Non erano soli, il grido del giovane bufalo fu così forte che giunse all'orecchio delle altre famiglie nascoste tra gli alberi, le quali, non appena lo udirono si gettarono alla carica, organizzandosi in ranghi compatti. Quell'esercito contava decine e decine di corna affilate e possenti zoccoli e si arrestò solo a pochi metri dalle leonesse.
Quest'ultime, incredule e terrorizzate, non poterono fare altro che difendere il loro bottino ringhiando e mostrando i loro grandi denti puntuti.
Dalle file dell'esercito, i meno intimoriti si fecero avanti affrontando le cacciatrici delle quali una fuggì colta dal panico e un'altra venne colpita da un'incornata. Lo scontro era davvero iniziato.
Poco a poco i bufali riuscirono a disperdere le leonesse una ad una, a difendere la propria preda rimase solo la più anziana tra loro, ma era debole e stanca. Il piccolo Piedilesti era ancora tra le sue grinfie, ma adesso aveva la forza di rialzarsi, con lo stupore di tutti coloro che lo avevano creduto morto. Non appena il cucciolo rientrò nella mandria l'ultima delle regine rimaste, vedendosi sconfitta si diede alla fuga.
Fu così che quel giorno gli abitanti di Kruger diedero vita alla più grande rivolta della storia, quella contro la natura che li voleva sempre vittime innocenti.
Grazie a quell'evento, il mondo seppe che chi comanda deve chiedere sempre il giusto, mai di più;
imparò che i deboli e i poveri sono deboli e poveri solo da soli, e che è meglio non scoprire di cosa siano capaci quando si uniscono per una causa comune, per combattere le ingiustizie; capì che la natura è immutabile solo se si accetta che lo sia, e che è possibile cambiarla se abbiamo i giusti motivi, che sia la semplice voglia di farlo o l'amore incondizionato di un genitore per un figlio.
Vita e Super Mario
Quando l'insonnia si fa sentire, iniziano a farsi strada strani paragoni nella mente...
"Si Carl, è proprio come quando giocavi a Super Mario. Quando sei all'inizio e hai tre vite, non ti curi di giocare bene, ti diverti a zompettare qua e là senza farti troppi problemi. Poi sbagli un salto e o un fungo o una tartaruga ti fa il culo. Allora riparti dall'inizio, cosciente di aver perso una vita ma speranzoso nel sapere di averne un'altra dopo questa, sei più attento, ma non poi così tanto, e ci ricaschi! Arrivi ad avere una sola ultima vita...ed è lì che smetti di divertirti...e giochi sul serio".
...e così la vita reale si fa somigliante al videogame...
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Presentazione e convenevoli
Ed eccoci lanciati in una nuova avventura, quella del blog.
Una nuova strada per farmi conoscere, per raccontare le mie storie e per avere dei feedback.
Sì, raccontare storie. È questo quello che faccio e che vorrei diventasse il mio mestiere, un giorno, quando avrò assunto quella tecnicità e quella scioltezza, quella sicurezza che distingue un vero artista da un amatore.
Ecco adesso mi colloco nella seconda categoria. L'azione dello scrivere è sempre stata la mia via preferenziale per comunicare qualsiasi cosa, per acquietare le mie ansie, per esprimere le mie conquiste e spesso per dichiarare il mio amore verso qualcuno o qualcosa.
Ma adesso mi rendo conto che voglio vivere di questo e che, in un certo senso, è sempre stato il mio sogno: vivere di quello che so fare meglio e che amo di più...chi di noi non ha un sogno nel cassetto in fondo?
Sì, raccontare storie. È questo quello che faccio e che vorrei diventasse il mio mestiere, un giorno, quando avrò assunto quella tecnicità e quella scioltezza, quella sicurezza che distingue un vero artista da un amatore.
Ecco adesso mi colloco nella seconda categoria. L'azione dello scrivere è sempre stata la mia via preferenziale per comunicare qualsiasi cosa, per acquietare le mie ansie, per esprimere le mie conquiste e spesso per dichiarare il mio amore verso qualcuno o qualcosa.
Ma adesso mi rendo conto che voglio vivere di questo e che, in un certo senso, è sempre stato il mio sogno: vivere di quello che so fare meglio e che amo di più...chi di noi non ha un sogno nel cassetto in fondo?
Ora mi sono deciso. Lo apro questo cassetto. Lascio che escano tutte le mie idee e che si fermino su un foglio. Col desiderio che le mie storie diventino quelle di qualcun altro, come le storie di molti autori sono diventate le mie.
Io che aspetto ancora Godot, che mi trasformo in Mr Hyde e che assorbo energie da chi mi circonda come Dracula, voglio donarmi al mondo nell'unico modo che so fare.
Io che aspetto ancora Godot, che mi trasformo in Mr Hyde e che assorbo energie da chi mi circonda come Dracula, voglio donarmi al mondo nell'unico modo che so fare.
Spero di trovare molti compagni di viaggio, sognatori, artisti della vita, saggi e amici che condividano con me le gioie e che correggano i miei errori.
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