giovedì 31 maggio 2012

Dammi fuoco!

Dammi fuoco,
voglio produrre luce e calore,
e che importa dello sfrigolio della carne
se anche solo per un attimo
potrei essere la falsa copia di un astro?
Una piccola cometa che corre sulla terra
mentre la fiamma fa del mio corpo il suo.
Già che non posso far mio il cielo,
già che l'ampio spazio non m'appartiene,
lascia almeno che elargisca stupore in queste vie.
Fare in modo che i loro occhi si sgranino
allo spettacolo di cui sono spettatori,
masse di protagonisti che temono il palco,
le sue gioie e i suoi affanni,
convinti che il disgregarsi dei tessuti
non sia un prezzo valido per la libertà.


mercoledì 30 maggio 2012

Le amanti del sole

Piccoli santuari del crepuscolo
incarnate nella terra,
costrette a camminare
pur appartenendo al cielo.
L'estasi le coglie quando posano
lo sguardo dolce da straniere
sui paesaggi assolati e chiari,
il frutto dell'opera del loro amante.
Temono il tramonto,
un lungo bacio a chi s'allontana, a ciò che si ama,
sulla stazione dell'orizzonte.
Temono la notte,
poiché lontano da ciò che si ama
il pensiero s'annoda e si fa cupo.
Temono l'alba,
poiché a rivedere, dopo l'assenza, ciò che si ama
si teme sia cambiato.
Se sapessero che sono il tutto,
le fondamenta della gioia dell'uomo che le vede,
accarezzando il suo volto
ammonirebbero il sentimento:
"Chi ama il sole s'accontenta della gioia di un raggio di luce".
Ancora non sanno che le nostre e le loro luci
fanno impallidire la grande stella
e che il nostro giorno, i paesaggi che illuminiamo,
non conoscono la notte.

venerdì 25 maggio 2012

Sapore

Era la mia fame a darti sapore,
mi nutrivi di te
mentre usavi le mie parole
per fasciare le tue ferite.
Ho dimenticato il mondo
confondendolo coi tuoi fianchi:
eri la gola e lo stomaco
che tradivano la memoria.
La sazietà si lascia ancora attendere,
ma è un digiuno
che non necessita di te
per cessare
e sfociare nel gusto di uno sguardo.

mercoledì 11 aprile 2012

Assenza di presenza


Quattro parole,
come fossero un traguardo,
ritorna così la tua presenza a respirare,
usando i miei polmoni.
Rompendo un'apnea prolungata
che avrebbe strappato la vita
a chiunque altro che fosse più innocente di noi,
che non avesse venduto l'anima al torto
e alla paura di una stanza vuota.

Quattro parole,
incise a mano sulla pietra,
quasi a ricordare che la fine non è fine,
se non c'è il distacco.
Chissà se quando griderai "libertà!"
sarò lì ad udirlo davvero
o se tu, nuovo San Giorgio abbatterai silente il drago,
senza pretendere che nessuno si congratuli,
chiedendo solo un sorriso e nulla più.

mercoledì 22 febbraio 2012

Stato d'ansia (monologo)


Mai stato uno di successo io. Mai.
È il passaggio da azione a idea che proprio non mi riesce. Non mi è proprio mai stato facile; anche quando sapevo di potercela fare, magari anche facilmente, c'era sempre qualcosa che mi bloccava. Qualcosa che da dentro mi metteva le mani sul petto e mi sussurrava all'orecchio "Non fare cazzate, che le paghi care"
con voce minacciosa e che, al tempo stesso, ispirava fiducia, si faceva amare. Io le ho sempre dato ascolto, da quando ero bambino e ho perso molti dei treni che mi sono passati davanti, così, come se fossero pioggia in autunno.
Ho iniziato da piccolo e con piccole cose: "No, lo scivolo no! E se poi cado e mi faccio male?".
Non ho mai imparato ad andare in bicicletta per lo stesso motivo, e adesso ho paura di come, un giorno, lo spiegherò (semmai ne avrò) ai miei figli che verranno da me con gli occhi pieni di cieca fiducia trascinando una bici e mi chiederanno di togliergli le rotelle, perché ormai sono grandi e vogliono imparare ad andare senza limiti. Come spiegherò a loro che papà senza rotelle non c'è mai andato? Penseranno che sono ancora piccolo!
E forse è la realtà, forse sono talmente piccolo che mi sono lasciato dominare da quella voce, tanto da allontanare persone che amavo per paura di non saper gestire un rapporto. Come per la bici, per paura di farmi  male cadendo. E così i percorsi non conclusi si sono accumulati, giorno dopo giorno.
E poi le persone che ti vogliono bene ti si avvicinano, preoccupati, e ti dicono: "Tranquillo, nessuno ti chiede di correre, raggiungi quello che puoi un giorno alla volta, noi ti saremo vicini". No, non funziona così!
A parte il fatto che il mio problema non è la corsa, è il primo passo. Poi credi davvero che i miei giorni siano il problema? Il problema è la notte, dove te ne rimani da solo con te stesso e ti rivedi in ogni puntata di ogni stupido telefilm che vedi per noia. Ti rivedi perfino nelle macchie sul muro, nella cenere delle sigarette e nel dolciastro odore di fumo d'erba che appesta le tende della tua camera. Ti riconosci in tutto, tranne che allo specchio. Perché per quanto i tuoi pensieri possano farti credere di essere quello che vedi, lo specchio non mente e quello che vedi sei tu: puramente, semplicemente e oggettivamente tu. Il problema è la notte perché non c'è nessuno né che ti parli né che ti tocchi. Nessuno che distolga l'attenzione da quella fottuta voce.
Ma io nonostante non abbia successo sono una persona fiduciosa, credo nel fatto che ogni singolo momento in cui ascolto me stesso, sputandomi in faccia sia la realtà che le mie illusioni, funga da maestro di vita. Una sorta di sensei Miyagi dell'autoconsapevolezza e autoattualizzazione spirituale e intellettiva.
La realtà è che vedendo chi mi circonda, chiamatela società, gente o popolo, la sostanza è la stessa; ecco, vedendo loro, anche se non ho successo non me ne faccio una colpa. Questa cultura vede come 'successo' non tanto quello che riesci a fare, come sai gestire gli eventi della tua vita, o raggiungere un certo livello di bellezza interiore. Il loro, spesso il nostro concetto di successo è contare gli zeri nella cifra del conto in banca per gli uomini, e prendere misure di fianchi, vita e tette per le donne.
A questo punto abbracciatelo pure il vostro successo, io mi tengo i sogni! Io mi tengo le mie favolette e storielle. Mi tengo la paura dei mostri e il non saper andare in bicicletta. Mi tengo i rapporti a metà. Mi tengo il credere all'amore vero e al 'vissero felici e contenti' perché anche se non è vero, li per lì, ci credi!

domenica 19 febbraio 2012

Questa notte...

Ci sono notti,
come quella che permea in me ora,
quelle che intorpidiscono i sensi e
amplificano i sapori,
in cui senti il tuo Io confondersi con l'universo
e sparirne al suo interno.
Come nuotare nei suoi abissi per cercare
tesori perduti da altre anime.
Queste notti le senti tue,
queste notti sono i traguardi mancati
e quelli vinti,
queste notti sono esse stesse brevi traguardi
di gloria, come fossimo eroi.
Questa notte sono paladino dei miei sogni,
senza spada né armatura,
qualcuno che combatte nel buio.

mercoledì 8 febbraio 2012

Lacrima e il topo (favola moderna)


Era una notte d'estate come molte altre se ne erano viste, il rumore delle cicale dagli alberi ai lati delle strade inondava il silenzio della città, un leggero vento rinfrescava le poche persone sparse tra le vie e i vicoli. Ad un tratto però, proprio in uno di questi vicoli, si sentì un nuovo rumore che non aveva nulla a che fare con la brezza che passa tra le foglie degli alberi o col canto di qualche insetto, sembrava uno squittio a singhiozzi. Sulla scalinata di una palazzina c'era, seduta col viso coperto dalle mani e illuminata da un lampioncino, una ragazza. Era da lei che veniva quel suono, era il suo pianto acuto quel che si sentiva. Non passò molto tempo prima che a quello squittio venisse data una risposta.
Dalla grata sotto la grondaia della palazzina, che portava l'acqua piovana alla fogna, infatti, uscì ben presto un topo che, avendo sentito qualcuno gridare nella sua lingua, si precipitò a dargli aiuto.
La ragazza però non cercava aiuto, almeno non da un topo sporco e puzzolente e, appena lo vide, con gli occhi colmi di lacrime, spaventata e disgustata, balzò indietro e urlò:
“Aaaaaaah!Un topo! Che schifo! Un topo!”
A questo punto afferrò la borsa che aveva di fianco e, presa dal terrore, la scagliò in direzione del roditore.
“Vattene via! Topo schifoso!”
Disse mentre la borsa lasciava la sua mano, nella speranza che lo colpisse in pieno. Ma lo mancò, e il topo, con piccoli saltelli, si avvicinava sempre di più. La ragazza era pietrificata, tanta era la paura che l'unica parte di lei che si muoveva erano le lacrime le che scendevano lungo il viso. Quando fu abbastanza vicino, il piccolo roditore si fermò, si pulì il viso con le sue piccole manine, guardò la ragazza negli occhi e, con tono indispettito disse:
“Io vengo qui dopo averti sentito gridare, voglio aiutarti e te cosa fai? Mi insulti e cerchi di colpirmi? Sai che se mi avessi preso mi avresti fatto molto molto male? Forse ne potevo anche morire! Eh no ragazza mia, non ci siamo proprio! Che ti ho fatto di male io per meritarmi tutto questo odio?”
Per un attimo la ragazza trattenne il fiato, sgranò gli occhi e tentò più volte di rispondere a quella domanda, ma la sorpresa era troppa. Dopo qualche altro tentativo disse, quassi sussurrando:
“T-tu...parli?”
Il topo si interrogò su quella domanda, inclinò il musetto da un lato e perplesso rispose:
“Perché tu no? Quasi tutti parliamo se abbiamo qualcosa da dire! Anzi spesso parla anche chi non ha niente da dire!”
Poi prese un lungo respiro, come se avesse capito qualcosa e continuò:
“Aaah, ma tu intendi dire che parlo la tua lingua! Beh si, ho studiato io, non sono mica un criceto che se ne sta tappato nella sua gabbietta e corre solo sulla sua ruota di plastica, io sono un topo di mondo!”
Sempre meno convinta di ciò che le stesse accadendo, la ragazza si stropicciò gli occhi e si asciugò le lacrime ripetendosi sottovoce:
“No, non può essere...no...dai non è possibile”
Il topo fece un altro piccolo saltello in avanti, e un altro ancora:
“Oh si che è possibile mia cara! E devi ancora rispondere alla mia domanda, tra l'altro, perché hai tentato di uccidermi? E perché gridavi in quel modo?”
Lei vedendolo avvicinarsi si tirò un po' indietro, la paura stava passando, tuttavia non voleva andarsene. Sebbene i topi non le piacessero molto non capita tutti i giorni di avere a che fare con uno di loro che parla la tua lingua. Prese quindi coraggio e, ancora a bassa voce, disse:
“Tu mi hai spaventata! E poi ho il terrore dei topi! Siete sporchi e portate malattie! Quindi non ti avvicinare ancora!”
Infastidito dalle parole della giovane umana, il topo si alzò su due zampe e con tono severo spiegò:
“Io sarei quello sporco? Vero, io vivo in una fogna! Ma sai di chi è tutta la sporcizia che c'è là sotto? Di voi umani! Quindi fammi il favore di non trattarmi come se fossi io quello cattivo!”
Fece una pausa, voleva che la ragazza pensasse alle sue parole, poi continuò
“E comunque non mi hai ancora detto cosa avevi da gridare...”
Sebbene l'umana avesse cercato di mandarlo via bruscamente, il topo era un topo buono, e voleva davvero provare ad aiutarla, se ne fosse stato in grado.
Al sentire di quelle parole, la ragazza si sentì in colpa e fissò il gradino sul quale poggiavano i suoi piedi, rimase in silenzio per qualche secondo e poi, rialzando lo sguardo verso il musetto del roditore disse:
“Sai, credo tu abbia ragione riguardo a noi umani, non siamo una specie così nobile come crediamo e mi dispiace che tu debba vivere nei nostri rifiuti e anche di averti tirato contro la mia borsa...”
Un singhiozzo interruppe il discorso, un'altra lacrima bagnò la sua guancia, ma poi proseguì:
“...n-non stavo gridando prima sai, io nemmeno parlo la tua lingua, questo è il modo in cui piango. Lo so, è un pianto strano, ma piango sempre così. Io piango sempre.”
Non sapendo cosa fare, il topo salì qualche gradino della scalinata e si piazzò tra i piedi della ragazza, inclinò ancora una volta il muso, dubbioso e toccato dalla tristezza della ragazza chiese:
“E perché piangi sempre? Non deve essere bello!”
La giovane abbozzò un sorriso che rimase solo alcuni istanti, poi di nuovo qualche lacrima, un singhiozzo, e quando si sentì pronta per parlare spiegò:
“No, non è bello, ma non posso farci niente...è colpa di mia madre e del nome che mi ha dato! Lacrima! Ti rendi conto? Mia madre mi ha chiamata Lacrima! Cos'altro potrei fare, se non piangere, con un nome così? Io le vedo le altre persone, capita anche a loro di piangere a volte, magari anche per cose stupide, come un regalo sbagliato al giorno del loro compleanno, o la scena di un film...ma almeno loro un motivo ce l'hanno, io no!”
Il topo ascoltò molto attentamente quel che Lacrima aveva da dirgli e appena lei ebbe finito di spiegare le poggiò una zampina sulla scarpa, quasi come fosse la mano messa sulla spalla di un amico che si vuole consolare. Sapeva però che quel tocco così leggero non sarebbe bastato a risollevare il morale così basso della ragazza, doveva dirgli quello che pensava, e lo fece:
“Oh, che sciocchezza mia cara!
Solo perché ti hanno chiamata Lacrima non è detto tu debba passare la tua vita a piangere, se non è questo ciò che vuoi. Sai, a volte piangere è come togliersi un grosso peso di dosso, e io credo di sapere qual è il peso che ti porti dietro, è la paura!”
Lacrima cercò di capire di cosa il topo stesse parlando, ma non riuscendoci aggrottò le sopracciglia e lo interrogò:
“Paura? E di cosa avrei paura secondo te?”
Il roditore mostrò i suoi dentini in un sorriso, contento che la ragazza fosse disposta ad ascoltarlo, non gli capitava spesso di aiutare qualcuno e di poter sfoggiare la sua abilità di parlare umano nello stesso momento, quindi le disse:
“E' facile! Hai paura di essere te stessa! Credi che il tuo nome sia quello che tu sei, ma non è così! Il tuo nome è solo il modo con cui la gente ti chiama quando ha bisogno di te! Credi sia quello che sei solo perché è più facile sapere quello che devi fare quando sono gli altri a dirtelo...ma così mia cara...non sarai mai felice!”
Questa sorta di piccola rivelazione sembrò magicamente interrompere il flusso delle lacrime della ragazza, che dopo ancora un paio di singhiozzi chiese:
“Se credi che sia davvero così, cosa dovrei fare? Se smettessi di piangere cos'altro potrei fare?”
Il topo scosse la testa, poi si decise che doveva far capire a Lacrima che il modo in cui lei stava spendendo il tempo della sua vita non andava più bene, allora esclamò:
“Devi ascoltarti! Sai, anche quando siamo solo, in realtà, siamo sempre in due: c'è quello che siamo, e c'è quello che vogliamo diventare! Tu fino a questa notte hai sempre ascoltato il rumore dei tuoi singhiozzi e delle lacrime che cadevano sul pavimento...ecco, questo è quello che sei adesso...prova ad ascoltare la persona che vorresti diventare, senti quello che quella persona ha da dirti e segui i suoi consigli!”
Lacrima interruppe perfino il suo singhiozzare, le parole del topo avevano senso nella sua mente, e cominciò a sentire anche un'altra voce, la sua, o meglio, della persona che voleva diventare!
“Lacrima, finalmente hai smesso di piangere! Ce ne hai messo di tempo! Era da tanto che volevo parlarti ma eri sempre triste e non sapevo mai come avvicinarmi a te! Non è facile sai, parlare con una persona che piange, hai sempre paura di peggiorare le cose. Comunque ho da dirti solo poche cose, so che quello che sei non ti piace ma non devi decidere adesso quel che diventerai, ma devi promettermi che in ogni giorno che avrai la fortuna di vedere, cercherai di non rifugiarti nei fiumi di lacrime e nel ritmo del tuo singhiozzo, perché vedi, il mondo non aspetta chi resta fermo. Hai mille strade da percorrere e con impegno e costanza potrai diventare qualsiasi cosa tu voglia...”
Lacrima si ascoltò a lungo, fino al sorgere del sole. Quando smise di parlare con la persona che voleva diventare cercò con lo sguardo il topo, voleva ringraziarlo, ma non lo trovò, era sparito lasciandole un grande regalo: la consapevolezza che anche lo squittio più debole, se ascoltato, può trasformarsi in una forte voce.
Da quella lunga notte, e per ogni notte d'estate che seguì, quando la luna era alta nel cielo, nella città di Lacrima si sentirono solo i canti degli insetti, la brezza tra le foglie e i passi di qualche viandante.