Ti tititì tititì tititì
Eccolo.
Un altro fottuto giorno sotto un cielo di un azzurro che dovrebbe rallegrarmi e che invece mi ricorda che c'è la felicità là fuori, ma non qui; non nel mio petto, nel quale sento il cuore impazzare, ma solo perché questa dannata sveglia mi uccide ad ogni risveglio, finché non la spengo e mi ritrovo di nuovo nella mia povera realtà.
E poi il rituale: caffè, sigaretta e cesso, in quest'ordine, sempre. Poi c'è quel cazzo di specchio che mi accusa e mi ricorda che il Sam che vedo riflesso in quel vetro non è lo stesso che ricordo di essere stato.
Sono un trentenne nel corpo di un vecchio in decomposizione; occhiaie, rughe, calvizie e denti ingialliti, sono tutte cose che ho e delle quali farei volentieri a meno. C'era stato un tempo in cui ricordavo perfino cosa sognavo la notte, ci ridevo su. Mi divertivano i miei sogni, ma mi hanno abbandonato anche loro.
Mi hanno abbandonato come quella troia di Jenny.
"Sammy, io per te sto sacrificando la mia carriera, la mia vita e la mia felicità e sinceramente non credo ne valga più la pena. Non ci provi nemmeno a raggiungere qualche traguardo, accontentati pure di rimanere a galla nella tua merda, ma io non ci rimarrò un minuto di più".
E allora sai che ti dico? Fai come ti pare! È vero, non sto bene, ma farti scopare da Eddie non mi ha certo aiutato. Poi buono quell'altro. Uno che ha fatto carriera col culo parato dal padre, uno che qualsiasi cosa volesse non doveva far altro che chiederla, e già era sua. E così ha fatto con te, tirando giù nello scarico dieci anni vissuti da fratelli. Evidentemente Caino e Abele hanno da imparare da delle merde come lui. Ma va bene così. Adesso so con chi ho avuto a che fare e dopo un mese che ve ne siete andati posso dirvi che preferisco non avervi tra le palle, preferisco non sentire il vostro fetido alito sul collo, i vostri finti tentativi di spronarmi che mal celavano una frase sola: 'Svegliati, fallito! Diventa una persona di successo come noi!'.
"Meglio morto!" vi avrei risposto, se almeno per una volta foste stati in gradi di dirlo apertamente senza nascondervi dietro quel buonismo malato di disprezzo. Meglio morto che servo del sistema che vi vuole tutti inamidati e sull'attenti, col culo sempre a disposizione del padrone. No. Io non faccio la puttana, io racconterò le mie storie e continuerò a farlo anche da morto.
Questo è il mio ultimo giorno, e non farò un cazzo se non smettere di vivere. Non mangerò, non pulirò la casa, non farò telefonate, non manderò e-mail, non parlerò delle partite di ieri, non darò un ultimo bacio a mia madre e non cercherò di immaginarmi un futuro perfetto, padre di una famiglia perfetta con moglie e figli perfetti, in una casa perfetta in un quartiere rispettabile. Oggi siamo io e il mio banale appartamento spoglio.
E allora cominciamolo questo ultimo giorno. La luce sulla macchinetta mi dice che il caffè è pronto per uscire e come al solito almeno la metà del macinato che ho preso è finito sul pavimento. Stavolta però non impreco. Non dovrò ricordarmi dove ho lasciato la scopa, prenderla e mettermi a raccoglierlo; quindi premo quel bottone e aspetto che quel liquido nero come è nero il mio spirito in questo istante esca e riempia la mia tazza. È una bella tazza con dei cuori sopra. Uno dei pochi ricordi lasciati in casa mia da quella schifosa. Eppure ricordo com'era crederci, all'amore intendo. Era come credere in una sorta di divinità che qualora si fosse rivelata avrebbe salvato la mia anima e risistemato tutti i casini combinati in una vita intera. Ma ormai non è così e mi bevo silenzioso la mia bevanda amara, non voglio zucchero a nascondere la verità. Non oggi. Il caffè è amaro per natura ma il nostro voler cambiare le cose ci spinge a metterci lo zucchero, a mascherarlo per farlo apparire più apprezzabile. Non è come vestire bene un barbone così che nessuno lo guardi con disprezzo passandogli accanto? Eppure un barbone rimane, senza soldi e senza speranze.
E come i barboni si addentrano nei vicoli, così il caffè si fa spazio nella mia gola e raggiunge lo stomaco, vuoto, che borbotta. Oggi è il giorno della mia morte. Oggi non sento nessuno, neanche il mio organismo; anzi mi accendo questa sigaretta così lo danneggio. Come dare un pugno all'ubriaco rompipalle di turno, che soddisfazione! Un tiro dopo l'altro senza curarsi dei danni, godersi davvero il farsi male. Credo di non averlo mai fatto fino ad oggi. Eppure mi piace! per un attimo mi sento di stare in pace con me stesso.
Purtroppo questa sensazione dura poco. Un colpo di tosse e il catarro sale. Dannato freddo e dannata bronchite, devi rompere il cazzo anche nei primi minuti del mio giorno finale? Poi una fitta al ventre e di corsa al bagno. Accendo la stufa elettrica e, sedendomi, me la piazzo davanti le gambe. Intanto la sigaretta è ancora accesa e il suo fumo sembra un fantasma che mi fa compagnia. Peccato che preferisco stare da solo mentre cago; un'ultima boccata e lascio cadere il mozzicone nel water. È stato bello il suo addio, il *kcshhh* del tabacco ardente che impatta con l'acqua ha una sua poesia che sembro cogliere solo oggi.
Il calore del metallo incandescente di fronte alle caviglie sembra penetrare fino all'anima. Strano a dirsi, ma se la mia anima fosse sempre stata li? nei pressi della tibia intendo. Spiegherebbe perché non ho mai volato in alto ma sono sempre scappato da cose che poi, detto tra noi, neanche esistevano. È che la mia anima, trovandosi nelle gambe, usava quelle. Dopotutto non si può arrivare alla luna con un triciclo. Si avanza coi mezzi che abbiamo a disposizione, anche se scarsi. Ma poi, alla fine, io all'anima neanche ci credo.
Esco dal bagno un'ora e mille pensieri dopo, con del peso in meno e con la mente più pesante.
Quel caffè non mi ha soddisfatto e accendo di nuovo la macchinetta che mi saluta con un'allegra luce rossa lampeggiante, intanto metto la polvere nel filtro e sciacquo la tazza. Aperto il rubinetto, comincia subito a fare i capricci, ci vuole un po' prima che il flusso diventi continuo e l'acqua esca calda. È importante la fase del risciacquo; se c'è una cosa che odio sono i rimasugli di caffè freddo che si appostano sul fondo e ti assaltano la lingua appena hai finito di berne uno bollente. È un po' come quando cerchi di regolare la temperatura dell'acqua nella doccia e ti arrivano quei getti inaspettati, o gelidi, o bollenti. Lo stesso fastidio.
Eccola. La spia rossa è diventata fissa e il filtro è pronto, lo avvito, poggio la tazza al di sotto del beccuccio e premo il bottone. La macchina vomita altro liquido scuro, e io sono qui, a reggerle la fronte, aspettando che finisca. Come faresti col tuo migliore amico che ha alzato bevuto troppo e che ora si svuota in un vicolo.
Che razza orrenda i migliori amici! Un giorno affronti insieme a loro la merda che la vita ti sputa negli occhi e il giorno dopo si fanno loro stessi merda, oltre a farsi la donna che dici di amare. Un vero schifo.
E ancora una volta il caffè bagna labbra, lingua, gola e poi dritto fino allo stomaco. Un percorso che non delude mai. Che non cambia mai. È come la via di casa, ci cammini dentro sovrappensiero, senza domande.
Un'altra sigaretta? Sì, per forza. Allungo la mano a cercare il pacchetto sul tavolo. Sembra troppo leggero, quindi lo scuoto e non emette un buon rumore. Solo quello di qualche briciola di tabacco che si muove sul fondo. Lo apro e, senza nessuna sorpresa, lo trovo vuoto. Ora è solo un pezzo di cartone colorato e accartocciato che se ne sta nel buio del secchio dell'immondizia, insieme agli altri scarti delle mie giornate.
Per fortuna questo secchio non vedrà più passare al suo interno i miei patetici rifiuti; non faccio la spesa da giorni e sia il mio frigo che le dispense sono vuoti. A chi mi troverà esanime lascio solo caffeina e acqua.
In casa non c'è altro che un nuovo pacchetto di sigarette e un flacone di antidepressivi che quello stronzo di terapista mi ha prescritto. Non li ho mai presi, ma oggi recupero; spero solo che abbiano un effetto rapido.
Sento anche il bisogno di una doccia bollente. Voglio morire pulito e sono sicuro che quell'acqua fumante scrosterà via da me questo senso di oppressione e mi lascerà partire verso il vuoto con rinnovata libertà.
È il ventidue di dicembre però, ed in questo periodo non puoi semplicemente decidere di farti una doccia. Rischio l'ipotermia sia prima di entrare nella doccia sia mentre ne esco. Riaccendo la stufetta, stavolta a due di potenza; non voglio aspettare mezz'ora, questa doccia mi serve in tempo breve.
Oggi è il ventidue di dicembre e non è un caso che l'abbia scelto come il mio ultimo giorno. È solstizio, è la notte più lunga dell'anno, e da domani le giornate cominceranno a farsi, un pizzico al giorno, più luminose.
In tempi lontani si credeva che il sole, dopo la sua morte in questo giorno, rinascesse per dare luce all'uomo.
Io oggi muoio e basta, senza la speranza di rinascere. Ma la voglia di vedere di nuovo le giornate allungarsi mi manca; nelle giornate soleggiate la luce non arriva solo ai palazzi, ai par chi e alle strade; ma arriva anche sui miei fallimenti, sulle cose rimandate e mai concluse. Su quello che vorrei essere e che non diventerò mai.
Apro la porta del bagno e l'aria si è scaldata quanto basta. Mi tolgo questa maglietta nera e questi pantaloni grigi di una vecchia tuta che non ho mai usato per altro che non fosse vagare in questo appartamento.
Non ho mai fatto sport, non ho mai corso nel parco e il riflesso nello specchio del mio fisico esile non smentisce i pessimi risultati della mia pigrizia. Ci sono stati giorni nei quali me ne preoccupavo. Non questo.
Sotto la doccia canto. L'ho sempre fatto; se impegno il mio cervello a ricordare i testi delle canzoni riesco ad arginare quel fiume di fottuti pensieri che si ammassano e mi divorano l'anima un pezzo alla volta. Il problema c'è solo all'inizio, quando nella mia playlist mentale scorrono veloci i titoli di troppe canzoni, ma solitamente dopo pochi secondi ho già scelto quale cantare; la mia voce si mischia col rumore dell'acqua che colpisce la mia schiena e il pavimento. Un concerto che sarebbe degno di essere ascoltato da tutti.
Uscito dalla doccia, nonostante l'accappatoio addosso, sento ogni singola goccia scivolare sulla mia schiena, sulle mie gambe, sul mio viso. E allora dimeno freneticamente le mani, sfregando il tessuto su tutto il mio corpo. La pelle si arrossa per qualche secondo. Tocca ai capelli. Prima l'asciugamano e poi l'asciugacapelli.
Fuori dal bagno il tempo è passato in maniera diversa. L'orologio in cucina segna le quattro di pomeriggio.
È tardi. Devo sbrigarmi e vestirmi. Un jeans e una camicia nera che bene si combina con la cintura, sotto una maglietta felpata, per non sentire troppo freddo. Il mio corredo funebre è questo. Le scarpe sono buone, i calzini hanno un buchetto in corrispondenza dell'alluce. Non lo vedrà nessuno quel buco.
Mi sono preparato bene. Ho deciso di morire guardando il sole che muore con me. Ho piazzato una sedia davanti alla finestra della camera, dal trentunesimo piano vedrò un tramonto bellissimo, l'ultimo. Ho lasciato in un cassetto tutte le mie poesie, tutte le mie storie. Sul comodino, vicino alla sveglia e alla lampada c'è un biglietto, preparato da giorni con scritto: 'Me ne sono andato...non ho soldi per fuggire lontano...mi sono dovuto arrangiare come potevo'. Spero colgano l'ironia e non piangano troppo. Conservate le lacrime per celebrare la vita, non la morte, è quello che ho sempre detto e non lo smentisco ora che manca meno di un'ora alla mia dipartita. La coerenza è una virtù anche in punto di morte.
Intanto il cielo fuori comincia a tingersi di rosa e arancio. Mi siedo sul legno. Una sigaretta salda tra le labbra, un flacone di barbiturici nella mano, l'altra regge le pillole che, a poco a poco lascio uscire. All'inizio le conto. Una, due, tre, quattro. Poi il polso fa da solo e ne lascia cadere troppe, tutte insieme. La mia mano trema e non penso ad altro che ad ingoiarle tutte. Il sole sta scendendo, sempre più basso nel panorama; l'acqua e le pasticche lo imitano nel mio corpo. Penso a come sarà il mondo dopo. Da questa notte in poi.
Sono sicuro che il mio nome: Samuel Allen, sarà più conosciuto quando sarò morto. Ho anche rimesso la sveglia per domani mattina, perché nonostante l'abbia odiata per tutti questi anni, mi è sempre dispiaciuta non lasciarla cantare finché non si scaricano le batterie, col suono che si fa sempre più lento e basso.
Come sta succedendo a me e ai miei movimenti. Vedo la luce affievolirsi e la nostra grande stella sparire dietro l'orizzonte, lasciando spazio alla notte e alle sue sorelle più piccole, alla luna, agli innamorati nel parco.
Il mio ultimo pensiero va alla sveglia.Merita anche lei di fare quello che ama fino alla morte, senza che nessuno la ostacoli. Canta quanto vuoi domattina. Canta alla faccia mia e di tutte le volte che ti ho messa a tacere col tasto 'off'. Canta.
...
Ti tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì tititì...
Complimenti Simò, mi ricorda un mio vecchio testo...
RispondiEliminasplendido monologo..
RispondiEliminagrazie ad entrambi, spero vi piaccia anche adesso che è stato rivisto ed esteso...
RispondiEliminaè uno spettacolo botti...
RispondiElimina-pichu
molto intenso
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