sono, una dopo l'altra, svanite
come un pianto soffuso
nel clangore del temporale,
quasi come quella sofferenza
non dovesse importare all'udito
di fronte alla maestà della tempesta.
E forse, dopotutto, è così.
Come posso negare che il fulmine
sia più importante del singhiozzo?
Come posso negare al lampo
un guizzo di terrore e sorpresa e estasi
senza negare la fibra più intima del mio essere?
Da uomo quale sono
il mio esistere mi impone
di dare priorità a ciò che richiede meno energia
per essere notato, economia.
Che siano spiegazioni perdute
nella pioggia che ho vissuto o
il rantolo del singhiozzo di chi soffre
che si confonde al roboante tuono,
il significato che il grande deglutisce il piccolo
prescinde l'ecosistema e la specie
e si trasla sul piano esperienziale dell'esistenza
dettando un nuovo darwinismo del vissuto,
un'evoluzione dell'anima che favorisce
la vita all'attimo, il rumore al suono.
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